| “Il PD Campi Bisenzio è contrario a qualsiasi guerra. Le guerre — tutte le guerre — distruggono vite, devastano comunità e impoveriscono i popoli e la pace non è solo un valore etico: è una condizione indispensabile per il lavoro, il benessere e il futuro dei nostri territori.” |
di Oliver Magherini, responsabile Lavoro PD Campi Bisenzio
La guerra in Ucraina, i conflitti in Medio Oriente, le tensioni nel Mar Rosso, la guerra commerciale scatenata dagli Stati Uniti di Trump: non si tratta di eventi lontani che ci riguardano solo emotivamente. Sono fattori che incidono direttamente sul destino di molte imprese piccole, medie, grandi, tessili, metalmeccaniche, logistiche di Prato, Calenzano, Sesto Fiorentino, Campi Bisenzio, Scandicci e di tanti lavoratori e famiglie che in questo territorio ci lavorano e ci vivono
La Piana Fiorentina e Pratese è uno dei territori manifatturieri più vocati d’Italia: un’economia aperta, internazionalizzata, che esporta nel mondo i propri prodotti e importa le materie prime necessarie per produrli. Questa forza, in tempi di guerra e tensioni globali, diventa vulnerabilità. I dati lo confermano, e noi abbiamo il dovere di dirlo chiaramente.
Il PD Campi Bisenzio considera la pace non solo come condizione primaria sociale, etica e politica ma anche come prima ed essenziale alleata per lo sviluppo economico italiano. Un presupposto del quale non possiamo fare a meno. Investire in diplomazia, in cooperazione internazionale, in istituzioni multilaterali efficaci è la base di partenza per politiche industriali efficaci. Ogni euro speso in armamenti è un euro sottratto a sanità, istruzione, innovazione e transizione ecologica.
UN’ECONOMIA ITALIANA FRAGILE IN UN MONDO IN GUERRA
L’Italia nel 2024-2025: una crescita che rallenta
Secondo il Rapporto sulla Competitività dei Settori Produttivi di Istat (edizione 2025), nel 2024 l’industria italiana ha registrato una riduzione del fatturato in valore pari al 3,4%. La contrazione ha colpito due terzi dei settori manifatturieri. La dinamica industriale negativa si è accompagnata a una debolezza strutturale della domanda interna, compensata solo in parte dalle esportazioni.
Nel 2025 il PIL italiano è cresciuto in modo anemico — +0,5% tendenziale nel terzo trimestre — mentre l’input di lavoro (ore lavorate) segnala una crescita apparente che nasconde fragilità: più occupati, ma con minor potere d’acquisto e in settori a bassa produttività e competenza. Non è la crescita che vogliamo.
| -3,4%-3,4% Calo del fatturato industriale italiano nel 2024 (Istat 2025) |
La Toscana: il Made in Italy sotto pressione
Il quadro toscano riflette le tendenze nazionali con alcune specificità che la rendono più esposta. I dati IRPET (Flash Lavoro n. 66/2025 e n. 67/2026) dipingono un mercato del lavoro in rallentamento preoccupante:
- Nei primi nove mesi del 2025 si registrano circa 15.000 avviamenti lavorativi in meno rispetto allo stesso periodo del 2024 (-2,3%)
- Il tasso di disoccupazione è salito al 4,2% (era 3,0% nel terzo trimestre 2024): +1,2 punti percentuali in un anno
- La manifattura è il settore più debole: il Made in Italy perde dipendenti (-1,5% nel terzo trimestre 2025)
- Le lavorazioni legate alla moda sono in costante contrazione
- Il ricorso alla Cassa Integrazione Guadagni ha raggiunto oltre 14 milioni di ore autorizzate (gen-sett 2025)
Il dato sulla CIG è particolarmente significativo. Secondo IRPET (Flash Lavoro n. 67/2026), si sta verificando un passaggio da una CIG ‘ordinaria’ — tipica delle crisi congiunturali — a una CIG ‘straordinaria’ per riorganizzazione o crisi. Questo segnala il passaggio da difficoltà temporanee a criticità strutturali. Non si tratta più di aspettare che ‘passi il temporale’: le imprese stanno cambiando forma o chiudendo.
| 546 milioni546 MLN Ore di CIG autorizzate nel 2025 in Italia. In Toscana prevalgono i contratti di solidarietà (IRPET 2026) |
COME LE GUERRE DANNEGGIANO L’ECONOMIA ITALIANA
La guerra dei dazi di Trump: una bomba sull’export
L’Italia è il secondo Paese europeo per peso delle esportazioni negli Stati Uniti. Nel 2024 il surplus commerciale italiano verso gli USA ha raggiunto circa 35 miliardi di euro — tra i più alti d’Europa. Questa posizione, che sembrava un punto di forza, è oggi diventata un bersaglio.
L’amministrazione Trump ha annunciato e progressivamente applicato dazi su ampie categorie di prodotti. Le stime degli impatti sull’economia italiana variano, ma concordano tutte su un segno negativo:
- Scenario ‘dazio al 10% generalizzato’: riduzione PIL italiano fino a -0,2%, perdita di export per 3-7 miliardi di euro
- I settori più colpiti: farmaceutica (-13,5/-16,4% di export), meccanica (-10%), moda (-2,6%), agroalimentare
- Perdita stimata di 27.000-57.000 posti di lavoro a tempo pieno a livello nazionale (fonte Svimez 2025)
Per la Toscana e la Piana Fiorentina-Pratese, la moda e la meccanica sono i settori trainanti. Un colpo all’export verso gli USA si traduce immediatamente in cassa integrazione e chiusure.
La guerra in Ucraina: il costo dell’energia e le catene produttive spezzate
La guerra russa in Ucraina ha determinato una crisi energetica senza precedenti in Europa. Per le imprese italiane, e in particolare per quelle manifatturiere ad alta intensità energetica presenti nella Piana (ceramica, vetro, lavorazioni metalliche, tessile), l’impatto è stato devastante:
- Aumento dei costi energetici che ha eroso i margini delle piccole e medie imprese
- Interruzione delle catene di fornitura di materie prime (acciaio, alluminio, grano, girasole, fertilizzanti)
- Rischio di dipendenza da fornitori alternativi concentrati geograficamente (es. Cina per materie prime industriali)
Il Rapporto Istat 2025 ha misurato la ‘vulnerabilità’ del sistema produttivo italiano rispetto alle forniture estere. Il risultato è che l’Italia risulta un paese tra i più vulnerabili non solo in Europa. I comparti più a rischio: Coke e raffinazione (vulnerabilità cinque volte superiore alla media), Chimica, Metallurgia, Elettronica, Tessile, abbigliamento e pelli.
Questo significa che settori come il tessile pratese — che importa materie prime (fibre, coloranti, semilavorati) da un numero ristretto di Paesi — sono estremamente esposti a ogni perturbazione delle catene globali, siano esse causate da guerre, sanzioni, tensioni geopolitiche o politiche commerciali aggressive.
La recessione tedesca: il nostro vicino affossato
La Germania è tra i principali, se non il principale partner commerciale dell’Italia: il primo mercato di destinazione per autoveicoli e apparecchiature elettriche, rilevante per meccanica, chimica e prodotti in metallo. La recessione tedesca del biennio 2023-2024 (-0,3% nel 2023, -0,2% nel 2024) — provocata anche dall’impatto delle sanzioni alla Russia sulla sua industria energivora — ha avuto un effetto diretto sull’Italia.
L’Istat ha calcolato che la contrazione tedesca ha sottratto 2 decimi di punto di PIL all’Italia sia nel 2023 che nel 2024. Le esportazioni italiane verso la Germania si sono ridotte di -6,8% nel 2023 e -5,9% nel 2024. Per la Piana Fiorentina-Pratese, che esporta in Germania parti di autoveicoli, prodotti in metallo, materiale elettrico e tessuti, l’effetto è stato particolarmente pesante.
| -2 decimi di PIL-0,2% PIL Il costo della recessione tedesca per l’Italia ogni anno (Istat-MEMo-It, 2025) |
Le tensioni nel Mar Rosso: i costi della logistica marittima internazionale
Gli attacchi alle navi commerciali nel Mar Rosso iniziati alla fine del 2023, legati all’escalation delle tensioni in Palestina da parte di Israele, hanno costretto le rotte commerciali a lunghe deviazioni attorno al Capo di Buona Speranza. Per le imprese italiane che importano dall’Asia (Cina, India, Bangladesh) — e quelle della Piana importano moltissimo — questo ha significato:
- Aumento dei tempi di consegna di settimane (+50/60 gg)
- Aumento dei costi di spedizione (i noli marittimi sono moltiplicati)
- Difficoltà nell’approvvigionamento di tessuti, componenti elettronici, materie prime
Non è un caso che la pressione sulla Cassa Integrazione sia aumentata proprio in questi mesi: molte imprese non riuscivano a ricevere le materie prime necessarie per produrre.
La guerra in Medio Oriente e il caro carburanti: una morsa sulla logistica su gomma
L’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele all’Iran del 28 febbraio 2026 ha innescato una nuova fiammata sui mercati energetici globali con effetti immediati e diretti sull’economia italiana. Il Brent ha superato gli 81 dollari al barile già nei primi giorni di marzo — una crescita del +9,7% in pochi giorni — mentre il prezzo del gas naturale in Europa è balzato del 25%. A pesare in modo determinante è la chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz, attraverso il quale transitava ogni giorno circa il 20% del petrolio movimentato via mare in tutto il mondo: centinaia di petroliere si sono trovate bloccate, con l’Iran che ne rivendicava il controllo totale. Il prezzo del gasolio ha raggiunto subito livelli altissimi a causa del balzo delle quotazioni petrolifere.
Questi rincari colpiscono con particolare durezza il trasporto merci su gomma, che in Italia movimenta l’86% di tutte le merci e rappresenta la spina dorsale della logistica nazionale. Le imprese di autotrasporto — già messe sotto pressione dall’eliminazione dello sconto diretto di 26,9 centesimi al litro introdotta dal Governo con il decreto carburanti — si trovano a sostenere extra-costi stimati fino a 2.400 euro annui per camion, con margini operativi azzerati. La tensione nel settore è arrivata al punto di schianto: Trasportounito ha proclamato uno sciopero nazionale di sei giorni già ad aprile 2026, e Unatras ha convocato un nuovo fermo dal 25 al 29 maggio 2026, con il rischio concreto di scaffali vuoti nella grande distribuzione e di interruzioni nelle forniture lungo tutte le filiere industriali. La Piana Fiorentina e Pratese è particolarmente vulnerabile anche sotto questo aspetto: il suo sistema produttivo — manifatturiero, tessile, meccanico, logistico — dipende in modo strutturale dall’autotrasporto per la vendita, la distribuzione e la commercializzazione dei propri prodotti. Ogni rincaro del carburante si traduce immediatamente in costi più alti per le imprese che ricevono materie prime, per quelle che spediscono semilavorati e per quelle che consegnano il prodotto finito ai clienti, comprimendo ulteriormente i margini già erosi dalla crisi energetica e dalla contrazione della domanda.
LA PIANA FIORENTINA E PRATESE: UN TERRITORIO AD ALTA VULNERABILITÀ
Il profilo produttivo della Piana
Prato, Campi Bisenzio, Sesto Fiorentino, Calenzano, Scandicci: comuni che insieme formano uno dei più densi e complessi sistemi produttivi del Centro Italia. La specificità di questa area è la coesistenza di diverse specializzazioni manifatturiere, tutte fortemente internazionalizzate:
- Prato: distretto tessile di rilevanza mondiale, con filiere che vanno dalla fibra al prodotto finito, con forte presenza di imprese cinesi e italiane integrate
- Campi Bisenzio: insediamenti meccanici e metalmeccanici, logistica, servizi industriali
- Sesto Fiorentino: farmaceutica, ceramica, vetro, manifattura varia, terziario avanzato
- Calenzano: polo logistico e industriale, farmaceutica, chimici
- Scandicci: moda, pelletteria di lusso, metalmeccanica
Secondo i dati Istat analizzati nel Rapporto sulla Competitività 2025, la Toscana è tra le regioni in cui le esportazioni vulnerabili pesano quasi un quinto del fatturato complessivo (insieme a Friuli-Venezia Giulia, Veneto ed Emilia-Romagna). Il distretto pratese è uno dei più esposti a livello nazionale: il tessile, abbigliamento e pelli figura tra i sette comparti manifatturieri più vulnerabili alle forniture estere.
La crisi del distretto tessile pratese: un caso esemplare
Il distretto tessile di Prato è il simbolo più evidente di quanto le dinamiche globali — commerciali, geopolitiche, militari — si traducano in crisi occupazionali locali. La catena causale è chiara:
- Le tensioni commerciali USA-Cina costringono i produttori cinesi a cercare nuovi mercati, aumentando la pressione competitiva sul tessile pratese
- La guerra in Ucraina ha alzato i costi dell’energia, rendendo meno competitiva la produzione di qualità
- I dazi americani colpiscono il Made in Italy tessile (-2,6% nello scenario peggiore, ma con effetti amplificati sul distretto)
- La recessione tedesca riduce la domanda di tessuti di fascia alta
- Le interruzioni logistiche alzano i costi delle materie prime asiatiche
I dati IRPET confermano: il Made in Italy perde dipendenti (-1,5% nel 2024, -1,2% nel 2025) e le lavorazioni legate alla moda sono in contrazione strutturale. La Cassa Integrazione nella filiera tessile toscana ha un profilo sempre più ‘straordinario’: non è congiuntura, è crisi.
Le filiere a rischio nella Piana: il quadro Istat
Il Rapporto Istat 2025 identifica le filiere produttive più vulnerabili all’export e all’import. Per la Piana Fiorentina-Pratese sono particolarmente rilevanti:
- Filiera Abbigliamento, calzature e accessori vestiario: alta incidenza di imprese vulnerabili all’export verso Francia, USA, Svizzera; dipendenza per l’import da Cina, Romania, Albania
- Filiera Apparecchiature elettriche industriali e macchinari: vulnerabilità all’export verso Germania e USA; dipendenza da Germania e Cina per i componenti
- Filiera Agroalimentare: rilevante per l’area (produzioni DOP, vini, oli): vulnerabile verso USA che è il primo mercato di sbocco
- Filiera Energia: trasversale a tutto il sistema produttivo, con alte quote di importazioni vulnerabili
- Filiera Mezzi di trasporto su gomma: presente nell’area attraverso la componentistica; il suo peso sull’export manifatturiero la rende la filiera che più di altre può condizionare la vulnerabilità complessiva
In sintesi: quasi tutti i settori portanti della Piana Fiorentina-Pratese sono classificati come vulnerabili dalla statistica ufficiale italiana. Non è una valutazione politica: è un dato scientifico che impone una risposta politica.
CHI CI GUADAGNA E CHI CI PERDE
Chi guadagna dalle guerre
Sarebbe disonesto non chiedersi: se tanta gente perde, chi ci guadagna? La risposta è scomoda ma necessaria:
- L’industria della difesa: le spese militari globali hanno raggiunto livelli record. I giganti dell’industria bellica — americani, europei, israeliani — registrano profitti straordinari. Ogni conflitto è un’opportunità di business per chi produce armamenti
- I produttori di energia fossile: le tensioni geopolitiche tengono alti i prezzi del petrolio e del gas, garantendo extraprofitti alle compagnie petrolifere e ai Paesi esportatori
- La finanza speculativa: l’instabilità aumenta la volatilità dei mercati, creando opportunità per chi fa trading su valute, materie prime e titoli di Stato
- Alcune multinazionali: le disruption nelle catene del valore avvantaggiano chi ha la scala e la liquidità per riorganizzarsi rapidamente, a scapito delle PMI locali
Non si tratta di una lettura ideologica: è semplicemente l’analisi di chi beneficia materialmente delle guerre.
Chi ci perde — e quanto
A perdere sono le lavoratrici e i lavoratori, le piccole e medie imprese, le famiglie, le comunità locali. La quantificazione è precisa:
- Le PMI italiane esportatrici: 3-7 miliardi di euro di export a rischio per i soli dazi americani
- I lavoratori della manifattura: 27.000-57.000 posti di lavoro in meno a livello nazionale per i dazi; ulteriori decine di migliaia per effetto delle crisi di settore
- Le famiglie con redditi bassi: l’inflazione importata (energia, cibo, materie prime) pesa proporzionalmente di più su chi ha meno risorse
- I comuni e le Regioni: la riduzione dell’attività produttiva riduce le basi imponibili, impoverendo i servizi pubblici locali
- Il futuro: ogni euro di spesa militare è un euro in meno per la transizione ecologica, la ricerca, l’istruzione, la sanità
Per la Piana Fiorentina-Pratese, dove si concentra una delle più alte densità di PMI manifatturiere d’Italia, il moltiplicatore di questi effetti è maggiore che altrove. Siamo già in prima linea.
COSA FARE PER PROTEGGERE IL LAVORO E L’ECONOMIA
Livello europeo: l’UE che non c’è ancora
L’Europa ha una responsabilità storica. Il Rapporto Istat 2025 lo dice senza mezzi termini: l’UE ha un grado di apertura commerciale quattro volte superiore agli USA e si trova in una posizione estremamente vulnerabile. Nessun Paese europeo, da solo, può fronteggiare queste sfide.
Proponiamo che l’Italia si faccia promotrice in sede europea di:
- Una politica commerciale comune aggressiva: l’UE deve negoziare con gli USA da una posizione di forza, non subire i dazi. Questo richiede un mandato negoziale unico, non 27 politiche nazionali frammentate
- Un piano europeo per la diversificazione delle forniture: ridurre la dipendenza da fornitori unici per le materie prime critiche, costruendo reti di approvvigionamento europee e con Paesi partner stabili
- Il completamento del Mercato Unico: le barriere non tariffarie intraeuropee costano alle imprese italiane quanto i dazi americani. Completare il mercato dei servizi e dell’energia è urgente
- Un Fondo di stabilizzazione contro gli shock geopolitici: un meccanismo europeo di sostegno alle PMI colpite da crisi esterne (pandemie, guerre, dazi), analogo al SURE creato durante il COVID
- Stop all’aumento delle spese militari: il piano di riarmo europeo (ReArm EU) sottrae risorse allo sviluppo. Chiediamo che la transizione ecologica e la coesione sociale rimangano le priorità del bilancio UE
Livello nazionale: politiche industriali per la resilienza
Il Governo italiano deve smettere di essere spettatore passivo delle dinamiche globali e tornare a fare politica industriale attiva. Le nostre proposte:
Piano nazionale per la diversificazione produttiva
Le filiere più vulnerabili — tessile, meccatronica, agroalimentare — hanno bisogno di investimenti pubblici per la ricerca e l’innovazione che riducano la dipendenza da materie prime critiche importate e aumentino il valore aggiunto dei prodotti. Proponiamo un programma nazionale di finanziamento alla R&S nelle PMI dei distretti industriali con fondi riformati e potenziati.
Riforma degli ammortizzatori sociali
La CIG straordinaria in Toscana e in tutta Italia sta diventando uno strumento di gestione dell’agonia industriale, non della transizione. Proponiamo una riforma che leghi la CIG a piani di riconversione aziendale concreti e verificabili, con formazione obbligatoria, per trasformare il sussidio da costo passivo a investimento attivo.
Politica fiscale a sostegno degli investimenti
Le PMI della Piana che vogliono investire in nuovi macchinari, in digitalizzazione, in efficienza energetica per ridurre i costi, si scontrano con la difficoltà di accesso al credito e con la pressione fiscale. Proponiamo la reintroduzione del Super-Ammortamento per investimenti, con particolare attenzione alle imprese manifatturiere nei distretti industriali.
Diplomazia commerciale italiana
Il Governo deve investire nella rete delle ambasciate e degli Istituti di Commercio Estero (ICE) per aiutare le PMI a diversificare i mercati di sbocco. Le imprese della Piana che oggi dipendono dal mercato tedesco o americano devono poter accedere ai mercati africani, latinoamericani, del Sud-Est asiatico. La diplomazia economica è la forma più efficace di prevenzione delle crisi.
Livello regionale e locale: cosa può fare la Toscana
La Regione Toscana e i Comuni della Piana non sono semplici spettatori. Hanno strumenti concreti da utilizzare:
Osservatorio permanente sulla vulnerabilità economica
Proponiamo l’istituzione, in coordinamento con IRPET, di un Osservatorio Regionale sulla Vulnerabilità delle Filiere Produttive. Questo strumento deve monitorare in tempo reale l’esposizione dei principali settori toscani agli shock esterni e produrre alert preventivi, per consentire interventi pubblici tempestivi.
“Il piano per la piana”: un accordo di sviluppo per il territorio
I Comuni della Piana insieme alle Città Metropolitane di Firenze e Prato e alla Regione Toscana, devono costruire un Accordo di Sviluppo territoriale che identifichi le filiere da tutelare, da riconvertire e da sviluppare. Non si può aspettare la crisi per reagire: serve pianificazione preventiva.
Energia rinnovabile, tecnologia e digitale come fattori di competitività
La crisi energetica scatenata dalla guerra in Ucraina ha dimostrato che la dipendenza dai combustibili fossili importati è un rischio economico, oltre che ambientale. I Comuni della Piana devono accelerare la transizione alle energie rinnovabili nelle aree produttive: distretti energetici industriali sulle rinnovabili, tecnologici e digitali supportati da ricerca e innovazione (università e istituti tecnici), impianti fotovoltaici su capannoni ed edifici pubblici, reti di teleriscaldamento. Ridurre la bolletta energetica è la forma più concreta di difesa dalla volatilità geopolitica
Sostegno alla riconversione del distretto tessile pratese
Il distretto di Prato è un patrimonio industriale e culturale unico. La sua crisi non è inevitabile: è il risultato di politiche inadeguate. Proponiamo un piano specifico di sostegno che combini incentivi all’innovazione di prodotto e processo, formazione per i lavoratori in CIG, attrazione di investimenti innovativi come ad esempio sull’economia circolare (il riciclo tessile è un settore in forte crescita a livello globale).
Politiche attive del lavoro efficaci
I dati IRPET dimostrano che i servizi di accompagnamento al lavoro per persone svantaggiate — quando ben progettati — producono risultati concreti. Proponiamo il rifinanziamento e la stabilizzazione di questi servizi, superando la dipendenza da finanziamenti europei a progetto che creano discontinuità e precarietà anche nei servizi stessi.
LA PACE È LA NOSTRA POLITICA ECONOMICA
In un’economia aperta e internazionalizzata come quella italiana e toscana, la pace, la stabilità e la cooperazione internazionale non sono optional. Sono condizioni necessarie per la sopravvivenza del nostro sistema produttivo.
Le lavoratrici e i lavoratori della Piana Fiorentina-Pratese pagano il prezzo delle guerre con la cassa integrazione, con la perdita del lavoro, con l’incertezza sul futuro. Pagano il prezzo delle tensioni commerciali con la riduzione degli ordini. Pagano il prezzo della dipendenza energetica con bollette più alte che erodono i salari reali che già sono in stallo da anni (a riguardo siamo tra i fanalini di coda in Europa e non solo)
Il PD Campi Bisenzio dice no alle guerre — tutte le guerre — non per buonismo, banalità o superficialità ma perché abbiamo la pace nel DNA dei nostri valori. Oggi offriamo solamente un ulteriore elemento, più cinico ma reale e supportato dai numeri, dal quale emerge che la pace è anche conveniente. Conviene ai lavoratori, alle imprese, alle famiglie, alle comunità.
Nessun paese europeo può affrontare queste sfide da solo. L’Italia e la Toscana possono fare la loro parte: investendo nella diplomazia economica, nella transizione ecologica, nella formazione, nella coesione sociale. E chiedendo all’Europa di fare altrettanto, con una politica comune coraggiosa e una risposta collettiva agli shock geopolitici
| Chi spende in armi invece di spendere in lavoro, istruzione e clima non sta proteggendo il futuro: lo sta ipotecando. Il Partito Democratico di Campi Bisenzio è qui per costruire una alternativa concreta, radicata nei dati, orientata al benessere di chi lavora e produce. |
FONTI E RIFERIMENTI
• Istat, Rapporto sulla Competitività dei Settori Produttivi, Edizione 2025 — Posizionamento internazionale e vulnerabilità del sistema produttivo italiano davanti alle nuove sfide dei mercati globali
• IRPET, Toscana Notizie – Flash Lavoro n. 66/2025, Osservatorio Regionale del Mercato del Lavoro, dicembre 2025
• IRPET, Toscana Notizie – Flash Lavoro n. 67/2026 – Il ricorso alla Cassa Integrazione dal 2022 al 2025, aprile 2026
• Svimez 2025 – Impatto dei dazi americani sull’export del Mezzogiorno e dell’Italia
• FMI/IMF, World Economic Outlook Update, gennaio 2025
• Prometeia 2024 – L’impatto sull’Italia della proposta di Trump sui dazi USA
