Una missione che salva vite, una alla volta

di Monia Monni, assessora alla sanità della Regione Toscana

La missione umanitaria da cui siamo appena tornati ha accompagnato in Italia 117 persone.

Ventisei pazienti, in gran parte bambine e bambini con patologie gravi, tra cui due neonati in condizioni critiche. Con loro 91 familiari, anche questi soprattutto bambini.

Hanno bisogno di cure complesse e continuative.

A Gaza oggi queste cure non sono disponibili perché il sistema sanitario è stato colpito e smantellato. Ospedali resi inoperativi, personale sanitario allo stremo, accesso a farmaci, tecnologie e assistenza specialistica interrotto. In questo quadro la parola genocidio descrive un processo concreto che passa anche dalla distruzione delle condizioni che rendono possibile curare.

Se pensiamo a quello che accade a Gaza, 117 persone sembrano una cosa talmente piccola da essere irrilevante. Sembra di provare a svuotare il mare con un cucchiaio. Ma io le ho guardate negli occhi e ripartirei anche oggi stesso.

Quattro piccoli pazienti in Toscana

Quattro dei pazienti resteranno in Toscana. Sono i più piccoli e i più complessi.

Uno sarà seguito all’Ospedale Pediatrico Meyer, due alla Fondazione Monasterio, uno alle Azienda Ospedaliero-Universitaria Senese.

Qui proseguiranno percorsi di cura che richiedono tempo, competenze e continuità. Non si tratta di interventi occasionali, ma di terapie lunghe, delicate, costruite giorno dopo giorno grazie alla professionalità delle équipe sanitarie toscane.

La bellezza che resta

È stata la mia seconda missione ed è stata più complessa della prima sul piano organizzativo. Ma ora che la fatica e le preoccupazioni si sono depositate, resta soprattutto la bellezza. E a quella voglio pensare.

La bellezza di mediche e medici, infermiere e infermieri, volontarie e volontari. Divise diverse, ruoli diversi, uno stesso modo di stare al proprio posto. Precisione nelle manovre, attenzione alle persone, una cura esercitata con competenza e umanità.

La bellezza delle famiglie. Provate, stanche, ma consapevoli di essere riuscite a salire su quel volo. All’atterraggio, prima a Milano poi a Pisa, esattamente come nella scorsa missione, gli adulti guardavano fuori dai finestrini. Quelle luci nella notte erano il segno concreto di una possibilità nuova, di una speranza.

Sul mio volo c’era Fabio, anestesista del Meyer. Lui ha vissuto un po’ di difficoltà in più di tutti noi e per questo lo ringrazio un po’ di più. Perché dietro ogni missione ci sono volti, competenze, responsabilità immense e una dedizione che non fa rumore ma salva vite.

Centodiciassette persone non cambiano il mondo.

Ma per quelle 117 persone il mondo è cambiato.

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