Lavoro PD Campi Bisenzio

OLTRE IL CORDOGLIO. SERVE UN PATTO SOCIALE PER IL LAVORO

Quando un lavoratore non torna a casa la sera dal lavoro, ogni parola che si spende arriva sempre troppo tardi, ed è spesso fuori luogo. Lo sappiamo. Sappiamo che nessun comunicato, nessuna dichiarazione, nessun titolo di giornale può riempire il vuoto lasciato da un Babbo o un marito che non rientra, da una vita spezzata, il posto vuoto a tavola, un collega che non si presenta più al turno di lavoro.

Ma purtroppo, siamo costretti a farlo. Di nuovo.

Prima di scrivere una sola riga di analisi o di proposta, con il cuore in mano, con il rispetto e la delicatezza che un dolore così grande impone, esprimiamo la nostra vicinanza alla famiglia, agli amici, ai colleghi del lavoratore morto a Sesto Fiorentino. 

La rabbia, in questo momento, è il sentimento prevalente che ci assale e sentiamo il dovere di essere onesti: spendere parole di cordoglio come se fossero, da sole, una risposta è la cosa più lontana da ciò che vorremmo. Perché non lo sono. Non lo sono mai state. Il cordoglio, in questi casi, senza fatti concreti che ne conseguono è un rito che consola chi lo pronuncia, non chi resta.

E allora quello che segue non è un esercizio di indignazione. O forse lo è in parte. È un tentativo, onesto e per quanto possibile documentato, di capire perché in Italia si continua a morire di lavoro, cosa non ha funzionato nelle riforme degli ultimi anni, e cosa chiediamo, concretamente, che venga fatto.

In Italia il 2025 si è chiuso con 1.093 morti sul lavoro (798 in occasione di lavoro, 295 in itinere), un dato sostanzialmente stabile rispetto al 2024. Ma se pensiamo a quanto detto in premessa per cosa è successo ad una persona, questi numeri mettono i brividi.

Senza entrare troppo nel merito sulle cause i settori più colpiti restano costruzioni, manifattura, trasporti e logistica. Nei primi mesi del 2026 il numero assoluto dei decessi, su base nazionale, è in leggero calo rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, ma crescono in parallelo gli infortuni non mortali e, in modo marcato, le malattie professionali (+16,8% nei primi cinque mesi 2026). Non si intravede nemmeno per questo 2026 un cambio di tendenza su questo drammatico tema.

Nel confronto europeo (dati Eurostat, ultimo anno comparabile 2023), l’indice italiano di mortalità sul lavoro è in linea con la media dell’Unione Europea, peggiore di quello tedesco, migliore di quello francese. Ma non è un dato che deve consolare: essere “nella media” di un continente che ogni anno conta migliaia di morti sul lavoro non è un traguardo. E poi questi indicatori andrebbero analizzati in maniera più approfondita cosa che non abbiamo intenzione di fare oggi.

È sulla Toscana che vogliamo soffermarci, perché è qui che il quadro si fa più preoccupante quest’anno e spieghiamo il perché: mentre a livello nazionale il 2026 mostra (con tutte le cautele dei dati provvisori) una tendenza al calo, la nostra regione va in controtendenza: secondo l’Osservatorio Sicurezza sul Lavoro di Vega Engineering, basato su dati INAIL aggiornati alla primavera 2026, la Toscana ha un’incidenza di mortalità superiore alla media nazionale ed è stabilmente tra le prime regioni italiane per numero di vittime, seconda solo alla Lombardia. La provincia di Massa Carrara detiene il record negativo assoluto del Paese. Questi numeri non lasciano scampo ad interpretazioni: sono la fotografia di un territorio, il nostro, dove il rischio di morire lavorando è oggi più alto di ieri e più alto che nel resto d’Italia.

Il Decreto legislativo 81/2008, il Testo Unico sulla sicurezza sul lavoro, resta l’architrave normativa del sistema di prevenzione italiano. Negli ultimi due anni ha continuato a essere modificato: nuove norme sulla patente a crediti, sul badge di cantiere, sulla protezione dai rischi da calore estremo, sull’esposizione all’amianto, sulla formazione obbligatoria per datori di lavoro e preposti. 

Un impianto secondo noi che si aggiorna, sulla carta, ma troppo lentamente e non viaggia al passo con i tempi.

Se entriamo appena nel merito vediamo che il problema, denunciato da anni da sindacati, giuslavoristi e osservatori indipendenti, non è quasi mai l’assenza di norme: è la distanza tra ciò che la legge prescrive e ciò che accade davvero nei cantieri e nelle fabbriche. Alcuni nodi tornano sistematicamente nel dibattito:

– Un impianto sanzionatorio che non scoraggia abbastanza. Anche i promotori delle proposte di riforma più recenti, comprese quelle depositate in Parlamento nel 2026 per introdurre un reato autonomo di omicidio sul lavoro, partono dalla stessa constatazione: l’aggravante oggi prevista dall’art. 589 del codice penale per l’omicidio colposo commesso violando le norme di prevenzione ha, nei fatti, una capacità deterrente limitata, e i tempi della giustizia restano troppo lunghi rispetto alla gravità dei fatti.

– Un sistema costruito più sulla documentazione che sull’organizzazione reale della sicurezza. Le proposte di riforma più recenti avrebbero dovuto insistere più sulla sulla necessità di spostare l’attenzione dalle conformità “sulla carta” (il DVR redatto correttamente, i corsi formalmente erogati) alla prevenzione organizzativa ed effettiva, con un ruolo più autonomo e meno subordinato per il Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione, oggi spesso una figura consulenziale esterna priva di reale potere di intervento, caratteristica quest’ultima che vediamo purtroppo anche nel ruolo dei rappresentanti dei lavoratori sulla sicurezza.

– Vigilanza sottodimensionata rispetto alla mole di cantieri e imprese da controllare. Il coordinamento tra Ispettorato Nazionale del Lavoro e ASL, previsto dalla normativa, resta più un obiettivo dichiarato che una prassi sistematica su tutto il territorio nazionale.

– Un impianto ancora indietro rispetto ai modelli più avanzati in Europa. Il confronto con la Germania, che ha un indice di mortalità sul lavoro meno della metà di quello italiano, mostra che dove il sistema funziona meglio la prevenzione è integrata in modo strutturale nell’organizzazione d’impresa, con enti assicurativi di categoria (le Berufsgenossenschaften tedesche) che uniscono assicurazione, ispezione e formazione in un unico soggetto con forte capacità di intervento diretto sulle aziende: un modello molto più integrato di quello italiano, dove le competenze restano frammentate tra INAIL, INL, ASL e Regioni.

Il Testo Unico continua quindi a rincorrere l’attualità – amianto, caldo estremo, digitalizzazione dei cantieri – senza però che la politica affronti la domanda di fondo: un impianto pensato nel 2008 e aggiornato per addizioni successive è ancora lo strumento giusto? o serve una revisione organica che metta al centro l’organizzazione reale ed operativa della prevenzione, vigilanza e controlli non solo l’ennesimo adempimento formale?

Il 16 febbraio 2024 il crollo di una trave nel cantiere Esselunga di via Mariti, a Firenze, uccise cinque operai. Fu il segretario generale della CGIL, Maurizio Landini, a ricordare in quelle ore che era stato proprio il nuovo Codice degli appalti a reintrodurre il subappalto a cascata, dopo anni in cui era stato limitato. Da allora sono passati oltre due anni. Cosa è cambiato concretamente?

  • La patente a crediti, operativa dal 1° ottobre 2024 per imprese e lavoratori autonomi nei cantieri, con un punteggio iniziale di 30 crediti che può essere decurtato per violazioni sulla sicurezza o per lavoro irregolare, fino alla sospensione dell’attività sotto i 15 crediti.
  • Il rafforzamento della patente, con il decreto-legge 159/2025, che ha inasprito le sanzioni (soglia minima portata a 12.000 euro per chi opera senza patente o sottosoglia), introdotto il badge di cantiere digitale e previsto la sospensione cautelare della patente fino a 12 mesi in caso di infortuni mortali o con inabilità permanente, previa comunicazione degli elementi raccolti dalle Procure.
  • Nuovi obblighi di formazione, con l’Accordo Stato-Regioni del 2025 sui percorsi formativi minimi in materia di sicurezza.

Sono strumenti deboli!

Il giudizio di chi opera ogni giorno sul territorio è, a un anno e mezzo dal crollo di via Mariti, molto negativo: la patente a punti è arrivata, ma non sta funzionando; il testo sugli appalti dovrebbe essere reso più stringente, con più controlli, ma il Governo tende ad allargare le norme anziché restringerle. 

E questo è un giudizio che condividiamo: uno strumento di qualificazione delle imprese produce effetti reali solo se dietro c’è una capacità di controllo e di verifica sul campo che oggi, con un Ispettorato Nazionale del Lavoro numericamente sottodimensionato, semplicemente non c’è in misura sufficiente. Una patente a punti senza abbastanza ispettori che verifichino cantieri e crediti è, nella pratica, una misura che rimane largamente sulla carta.

Nel frattempo, il nodo di fondo sollevato dopo Esselunga (il sistema del subappalto a cascata e degli appalti al massimo ribasso, che scarica la pressione sui prezzi sull’ultimo anello della filiera, spesso il più debole e meno tutelato) non è stato risolto: ci uniamo a chi esprime il giudizio insufficiente.

Sulla dinamica specifica della morte dell’operaio di 48 anni a Sesto Fiorentino sarà la magistratura ad accertare eventuali responsabilità, e a quel lavoro va la nostra fiducia, senza anticipare conclusioni che non ci competono. Ma proprio perché crediamo che la prevenzione debba diventare una cultura quotidiana, e non solo un’indagine post mortem, riteniamo legittimo porre pubblicamente le domande che, di fronte a ogni incidente mortale, un’istituzione responsabile dovrebbe porsi:

  • Il datore di lavoro aveva ricevuto la formazione prevista secondo le ultime modifiche del D.Lgs. 81/08?
  • Era presente un preposto in cantiere? Se si, era formato in modo adeguato al ruolo, con le competenze specifiche che quella funzione richiede?
  • Il lavoratore deceduto era stato formato per la mansione che stava svolgendo, con l’addestramento pratico previsto dalla norma prima di essere adibito a quel compito?
  • Le attrezzature e i macchinari utilizzati erano a norma, regolarmente controllati giornalmente e verificati da personale specializzato, secondo le scadenze previste?

Queste domande, se poste sistematicamente prima di ogni incidente e non solo dopo, potrebbero fare la differenza tra un cantiere sicuro e uno che diventa una tragedia.

Come PD di Campi Bisenzio vogliamo allargare ulteriormente questo ragionamento. Non crediamo che la sicurezza sul lavoro possa essere trattata come un capitolo a sé, separato dalle condizioni materiali in cui il lavoro si svolge ogni giorno. Un lavoratore precario, sottopagato, senza una rappresentanza sindacale reale in azienda, spesso ricattabile per la propria condizione contrattuale o per lo status di migrante, è strutturalmente più esposto al rischio: perché ha meno voce per rifiutare una mansione non sicura, meno tempo (e meno tutele) per pretendere la formazione che gli spetta, meno forza contrattuale per dire no. Per questo pensiamo che la vera risposta non sia soltanto tecnica, ma politica e sociale nel senso più ampio del termine: salari dignitosi, rappresentanza sindacale reale in ogni contesto lavorativo, stabilità contrattuale e sicurezza, perché sono, nei fatti, la stessa battaglia.

La questione va affrontata a livello nazionale. Sono inutili, o quasi, tutti gli appelli alle istituzioni locali.

Un percorso avviato c’è: gli Stati Generali della Salute e Sicurezza promossi dal sindacato nel 2025 hanno allargato lo sguardo a temi nuovi, come la sicurezza dei lavoratori delle piattaforme digitali e l’esposizione al caldo estremo; e nelle scorse settimane la nuova piattaforma unitaria di CGIL, CISL e UIL su rappresentanza e modello contrattuale ha rimesso la salute e sicurezza al centro, insieme a salari e formazione continua, come uno dei cinque assi di un possibile accordo quadro interconfederale con le associazioni datoriali. 

È un’occasione che però rischia di finire come tante altre del passato. Dobbiamo pretendere un cambio di passo vero. Non possiamo più aspettare né le dinamiche interne delle associazioni datoriali, né quelle dei lavoratori.

La politica deve prendere in mano la situazione e fare ciò per cui è preposta: 

  • Che venga avviato con urgenza una commissione tecnica mista Italia/Germania per studiare il modello tedesco (Berufsgenossenschaften) e traslarlo su quello italiano. Una riforma generale e strutturale di tutto il sistema della sicurezza: dalla normativa ai cantieri.
  • Che il Patto per la Salute e la Sicurezza sul Lavoro chiesto dai sindacati venga finalmente sottoscritto da Governo, Regioni e Parti sociali, dentro una vera Strategia nazionale di prevenzione, con risorse pluriennali (europee o nazionali) certe e strutturali;
  • Un rafforzamento reale, e non solo annunciato, degli organici dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro e dei servizi di prevenzione delle ASL, con assunzioni stabili e un coordinamento sistematico dei controlli su tutto il territorio nazionale;
  • Il divieto effettivo degli appalti al massimo ribasso e la fine del ricorso indiscriminato al subappalto a cascata, con una responsabilità solidale piena lungo tutta la filiera degli appalti, pubblici e privati;
  • Una patente a crediti che funzioni davvero, con verifiche sul campo proporzionate al numero dei cantieri attivi, e non uno strumento che resta un punteggio sulla carta;
  • Nessuna azienda senza rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza regolarmente eletti, con agibilità orarie adeguate per svolgere concretamente il proprio ruolo;
  • L’introduzione strutturale della cultura della sicurezza nei programmi scolastici, a partire dalle scuole superiori di ogni tipo;
  • Che il confronto in corso tra sindacati e Confindustria su salari, rappresentanza e sicurezza si traduca in un accordo esigibile e verificabile, e non nell’ennesimo documento condiviso e poi disatteso.

Chiediamo tutto questo con la consapevolezza di chi sa che nessuna riforma, per quanto giusta, restituirà a una famiglia il proprio caro. Non possiamo restituire nulla a chi oggi piange una perdita che nessuna parola potrà colmare. Possiamo, però, impegnarci perché il prossimo cordoglio non sia più necessario: crediamo che sia questo, e non altro, il modo più dignitoso per onorare chi non è tornato a casa. Non un minuto di silenzio, ma un impegno quotidiano, concreto e verificabile, affinché altre famiglie non debbano attraversare lo stesso dolore. Il PD di Campi Bisenzio ci sarà, a ogni livello istituzionale in cui potrà far sentire la propria voce, perché un Paese che si definisce civile si misura anche, e soprattutto, da quante persone tornano a casa la sera.

A cura del PD di Campi Bisenzio

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