I Partiti oggi non rappresentati in Parlamento rischiano l’esclusione dalla competizione elettorale. Premio di maggioranza: si governerà con il 42% di un’affluenza tutt’altro che promettente
Nei prossimi giorni il Parlamento si appresta ad approvare la riforma della legge elettorale voluta dal governo Meloni: un testo che il centrodestra chiama “Stabilicum” e che le opposizioni, non a caso, hanno ribattezzato “Melonellum” ed è la fotografia di una legge pensata da chi governa, per chi governa, a pochi mesi da un possibile ricorso alle urne.
Come Partito Democratico di Campi Bisenzio riteniamo doveroso spiegare ai cittadini cosa sta per cambiare e perché ci opponiamo con nettezza a questa riforma.
Un metodo prima ancora del merito: l’ennesima forzatura sui tempi
Prima ancora di entrare nei contenuti, va denunciato come questa legge sta per essere approvata.
Il testo, depositato alla Camera a firma del deputato di Fratelli d’Italia Galeazzo Bignami (insieme ad altre proposte, tra cui quelle di Magi e Pavanelli), è stato licenziato dalla Commissione Affari Costituzionali di Montecitorio il 24 giugno 2026 e approvato in prima lettura dall’Aula il 16 luglio, con 217 sì e 152 no.
Al Senato le cose sono andate diversamente, ed è qui che la forzatura diventa evidente: la Commissione Affari Costituzionali di Palazzo Madama non è riuscita a concludere l’esame dei quasi 700 emendamenti presentati entro i tempi fissati dalla maggioranza. Risultato: il 9 settembre 2026 il testo è approdato in Aula senza mandato al relatore, cioè senza che la Commissione avesse completato il proprio lavoro e senza la consueta relazione di sintesi che accompagna normalmente un provvedimento in discussione. Le quattro pregiudiziali di costituzionalità presentate da PD, M5S, AVS e Italia Viva sono state respinte in pochi minuti (100 voti contrari, 66 favorevoli).
Non basta: la maggioranza ha già fissato il rientro alla Camera per la terza lettura al 28 settembre, giorno in cui si svolgerà solo la discussione generale, per poi passare ai tempi contingentati a inizio ottobre. La capogruppo PD alla Camera, Chiara Braga, l’ha definita un’ennesima forzatura, un modo per comprimere e mortificare il confronto parlamentare.
C’è poi un episodio che dice molto sulla tenuta reale di questa maggioranza: il 14 luglio 2026, alla Camera, con voto segreto, è stato bocciato per un solo voto (188 contrari, 187 favorevoli) l’emendamento sulle preferenze presentato dalla stessa maggioranza (Fratelli d’Italia, Noi Moderati e UDC). Una trentina di “franchi tiratori” interni al centrodestra hanno votato contro il proprio governo: la stessa Giorgia Meloni ha dovuto ammettere pubblicamente che “anche nella maggioranza sono mancati diversi voti”. Un vero e proprio voto di sfiducia interno, che dimostra come persino tra le fila della maggioranza ci siano dubbi profondi su come questa legge sia stata scritta.
Una legge che riscrive le regole con cui gli italiani sceglieranno il proprio Parlamento merita audizioni, discussione, mediazione. Qui si è scelta la scorciatoia: pochi giorni di dibattito, contingentamento dei tempi, tagliola degli emendamenti. Il tutto per arrivare al traguardo prima delle prossime elezioni politiche, blindando le regole del gioco a proprio vantaggio.
I contenuti della riforma, punto per punto
Addio ai collegi uninominali, si torna al proporzionale
Sparisce il sistema misto del Rosatellum (attualmente 37% dei seggi assegnati in collegi uninominali maggioritari, il resto con proporzionale). Con lo Stabilicum tutti i seggi tornano ad essere assegnati con metodo proporzionale, su base nazionale per la Camera e regionale per il Senato. Scompare quindi anche l’unico strumento che oggi permette all’elettore di scegliere un nome e un volto sul territorio: si torna a votare solo simboli e liste decise dai partiti.
Il premio di maggioranza al 42%
È il cuore della riforma. Alla coalizione (o lista singola) che supera il 42% dei voti validi a livello nazionale, e che risulti prima sia alla Camera sia al Senato, viene assegnato un premio di 70 seggi aggiuntivi a Montecitorio e 35 a Palazzo Madama, fino a un tetto massimo di 220 deputati e 113 senatori. Se nessuno raggiunge il 42%, o se le due Camere premiano coalizioni diverse, si applica il proporzionale puro (il ballottaggio, inizialmente previsto, è stato definitivamente accantonato il 9 settembre).
Il problema è evidente: con un’affluenza che cala costantemente (nel 2022 l’astensione ha superato il 36%), il 42% dei voti validi può tradursi in una quota reale di elettorato molto più bassa — eppure garantire una maggioranza assoluta e blindata in Parlamento, con conseguenze dirette anche sull’elezione degli organi di garanzia (giudici costituzionali, membri laici del CSM, futuro Presidente della Repubblica).
Le soglie di sbarramento e il “voto utile” forzato
Restano, come nel Rosatellum, il 3% per le singole liste e il 10% per le coalizioni, con un meccanismo di “ripescaggio del miglior perdente” (la prima lista sotto soglia in ogni coalizione partecipa comunque al riparto).
La vera novità, però, è la cosiddetta norma anti-frammentazione(o “anti-cespugli”), voluta da Forza Italia: i voti delle liste coalizzate che restano sotto il 3% non vengono più conteggiati nel calcolo del risultato complessivo della coalizione (tranne che per la prima lista sotto soglia). In pratica, ogni coalizione ha diritto a “sbagliare” con un solo alleato minore: superata quella soglia, chi vota una lista piccola rischia di far perdere voti utili all’intera coalizione. Il risultato concreto è che i partiti minori sono spinti a sciogliersi dentro le liste maggiori, comprimendo il pluralismo politico.
Facciamo un esempio semplice per capire perché questo meccanismo è pericoloso. Immaginiamo due coalizioni che si sfidano alle elezioni: la Coalizione A prende il 45% dei voti, la Coalizione B il 44%. In teoria vince la Coalizione A, che ha convinto più elettori. Ma se dentro la Coalizione A c’è una lista piccola che ha preso il 2,7% (sotto la soglia del 3%), quei voti vengono “cancellati” dal conteggio ufficiale. Il risultato è che la Coalizione A scende sulla carta sotto il 44%, e la Coalizione B — pur avendo preso meno voti reali — risulta prima e si prende il premio di maggioranza. In pratica, chi ha convinto più italiani potrebbe comunque perdere.
La raccolta firme: una barriera contro chi non è già in Parlamento
Ecco il punto che consideriamo più grave, quasi eversivo, dell’intero impianto. Le forze politiche che hanno già un gruppo parlamentare formato entro il 31 dicembre 2025 sono esentate dalla raccolta delle firme per presentare le liste. Chi invece nasce oggi come nuovo soggetto politico o chi è senza rappresentanza in Parlamento deve raccogliere un numero di firme per collegio inizialmente fissato a 9.000 (con tetto fino a 10.000), poi ridotto a seguito delle proteste a circa 6.000 per collegio — che a livello nazionale significano comunque circa 300.000 sottoscrizioni, e senza la possibilità di raccolta digitale.
È una norma che protegge chi governa e chi già siede in Parlamento, ed esclude di fatto le nuove forze politiche dalla competizione elettorale. Non è un dettaglio tecnico: è una barriera all’ingresso costruita apposta per congelare gli attuali rapporti di forza parlamentari. Anche esponenti lontani dal PD, come Giuseppe Conte (M5S), hanno parlato di una norma “vergognosa”, “illiberale” e “palesemente incostituzionale”, proprio perché introduce una disparità di trattamento tra chi è già seduto in Parlamento e chi vorrebbe entrarci per la prima volta.
Liste bloccate, preferenze “finte” e quote di genere ridimensionate
Dopo un lungo braccio di ferro (un primo emendamento sulle preferenze era stato bocciato alla Camera per un solo voto, complice il voto segreto), il 10 settembre il Senato ha approvato la formula del centrodestra: liste da sette candidati con capolista bloccato (scelto dalle segreterie di partito, non votabile) e fino a tre preferenze, con l’obbligo dell’alternanza di genere solo dal secondo nominativo in poi. Significa che le “teste di lista” — le posizioni con più probabilità di essere elette — restano nelle mani dei vertici di partito, mentre l’alternanza uomo-donna si applica solo ai nomi con minore possibilità di elezione. Una parità di genere di facciata, che rischia di non incidere realmente sulla composizione del futuro Parlamento.
Il “premierato di fatto” senza riforma costituzionale
Ogni lista o coalizione dovrà indicare, al momento del deposito del simbolo, il nome della persona che intende proporre al Capo dello Stato per Palazzo Chigi. Il nome non comparirà sulla scheda elettorale, ma nella comunicazione politica diventerà il perno della campagna. Le opposizioni denunciano un tentativo di introdurre, per via elettorale e senza alcuna riforma costituzionale, una investitura popolare diretta del premier che la nostra Costituzione, con il suo impianto parlamentare, non prevede.
Altri elementi della riforma
Voto ai fuorisede: viene introdotta una disciplina più stabile per permettere a chi vive fuori dalla propria circoscrizione di votare senza dover rientrare (unico punto su cui c’è stato un accordo bipartisan).
Base regionale del Senato: il premio viene calcolato a livello nazionale ma distribuito su base regionale, un meccanismo su cui diversi giuristi hanno sollevato dubbi di compatibilità con l’articolo 57 della Costituzione.
Ballottaggio: previsto nella bozza iniziale, è stato definitivamente accantonato dal centrodestra il 9 settembre 2026.
Non lo diciamo solo noi: giuristi e costituzionalisti sono preoccupati
Non si tratta di una lettura “di parte”. Un gruppo di oltre 120 costituzionalisti italiani ha firmato l’appello pubblico “Torniamo alla Costituzione”, nel quale si legge che si tratta di una forzatura inaccettabile delle regole democratiche e costituzionali. Tra i firmatari figurano giuristi come Ugo De Siervo, Roberto Zaccaria, Cesare Pinelli e lo stesso Gaetano Azzariti, ordinario di diritto costituzionale alla Sapienza, che già nei mesi scorsi aveva avvertito come alcuni profili della riforma rischino di porsi in contrasto non solo con la Costituzione ma anche con le sentenze della Corte Costituzionale che avevano bocciato Porcellum e Italicum. Anche il costituzionalista Stefano Ceccanti aveva indicato nel 55% il tetto massimo di seggi oltre il quale il premio rischia la censura della Consulta.
Anche +Europa ha lanciato un appello formale al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, richiamando l’articolo 48 della Costituzione sull’eguaglianza del voto e la giurisprudenza costituzionale, secondo cui un premio di maggioranza è legittimo solo se resta entro criteri di ragionevolezza e proporzionalità.
Va detto con onestà che il Presidente Mattarella, per ruolo istituzionale, non è intervenuto nel merito del provvedimento finché è all’esame delle Camere. Alla cerimonia del Ventaglio del 30 luglio ha però lanciato un monito indiretto ma chiaro, segnalando la propria preoccupazione per il crescente fenomeno della mancata partecipazione al voto — un tema che una legge elettorale seria dovrebbe mettere al centro, invece di rincorrere convenienze di breve periodo.
Anche dentro il centrosinistra si chiede una linea più dura
Non è solo un giudizio “dall’alto” di giuristi e istituzioni: anche tra i dirigenti del Partito Democratico si fa strada la convinzione che questa riforma vada contrastata con maggiore determinazione. In un’intervista alla rivista Rinascita, il deputato PD Claudio Mancini ha messo in fila i tre nodi che, a suo giudizio, dovranno finire davanti alla Corte Costituzionale.
Sulle preferenze, Mancini osserva che il meccanismo approvato al Senato — capilista bloccati scelti dai partiti e sole tre preferenze in collegi molto ristretti — lascia in realtà alle segreterie un controllo pressoché totale sulla composizione delle liste: altro che restituzione del potere di scelta ai cittadini. Ma per Mancini il vero cuore del problema sta altrove, in tre punti che intreccia con evidenti profili di incostituzionalità: l’indicazione obbligatoria del candidato premier, che a suo avviso forza le prerogative costituzionali del Presidente della Repubblica; una soglia del 42% per l’accesso al premio troppo bassa rispetto al balzo fino al 55% dei seggi che ne deriva, con una conseguente distorsione della rappresentanza; e il fatto che il premio venga assegnato non alle liste conosciute dagli elettori ma a un “listone” di cui i cittadini, di fatto, ignorano la composizione al momento del voto.
Sulla raccolta firme, il giudizio di Mancini è netto: parla apertamente di una vergogna, nata — spiega — come contromossa punitiva verso i partiti minori dopo che al Senato ci si è accorti che la norma approvata alla Camera (l’esclusione dal computo dei voti sotto il 3%) rischiava paradossalmente di far vincere il premio a chi aveva preso meno voti in valore assoluto. Corretto quel meccanismo, la maggioranza avrebbe scaricato il conto sui nuovi soggetti politici, alzando la soglia delle firme fino a un totale nazionale di circa 300.000 sottoscrizioni: un numero che, secondo Mancini, nessun costituente avrebbe mai immaginato potesse servire a scoraggiare la presentazione di candidature.
Per questo Mancini propone che le opposizioni convochino una grande manifestazione popolare in occasione del voto finale alla Camera, per contestare non solo i singoli profili di incostituzionalità ma il modello complessivo della riforma — che definisce leaderistico e plebiscitario — pensato per un premierato di fatto senza il coraggio di sottoporlo, con una vera riforma costituzionale, al giudizio dei cittadini.
È un appello che condividiamo: la contestazione a questa legge non può esaurirsi nei resoconti stenografici di Camera e Senato. Deve arrivare nei territori, nei circoli, nelle piazze — a partire dal nostro, qui a Campi Bisenzio.
La nostra posizione
Come PD di Campi Bisenzio continueremo a seguire l’iter di questa riforma e a informare la cittadinanza. Una legge elettorale non è un tecnicismo per addetti ai lavori: è la regola con cui il voto di ciascuno di noi si trasforma in rappresentanza parlamentare. Cambiarla in fretta, a ridosso delle elezioni e senza un confronto parlamentare pieno, comprimendo il ruolo delle commissioni e il diritto delle nuove forze politiche di competere ad armi pari, è un errore che rischia di lasciare un segno profondo nella nostra democrazia.
