Lavoro PD Campi Bisenzio

ELECTROLUX: UN PIANO DI RISTRUTTURAZIONE INACCETTABILE

1.700 esuberi, la chiusura di Cerreto D’Esi e il declino dell’industria italiana del bianco: cause, responsabilità e proposte

di Oliver Magherini (responsabile Lavoro PD Campi Bisenzio)

Uno schiaffo ai lavoratori e al territorio

L’annuncio arrivato l’11 maggio 2026 a Venezia ha il sapore di una condanna senza appello. Electrolux, colosso svedese degli elettrodomestici, ha presentato un piano di ristrutturazione che prevede 1.700 esuberi su circa 4.500 addetti in Italia – quasi il 40% della forza lavoro – con la chiusura totale dello stabilimento di Cerreto D’Esi (Ancona), che occupa 170 lavoratrici e lavoratori.

Nessuno stabilimento sarà risparmiato: tagli a Porcia (Pordenone), Susegana (Treviso), Forlì e Solaro (Milano). A Porcia verrà interrotta la produzione di lavasciuga, a Forlì quella dei piani cottura. A Cerreto, sito specializzato in cappe di alta gamma con una produzione di 77.000 unità nel 2025, la multinazionale vuole chiudere tutto – spostandone la produzione in Polonia.

Non più di un anno fa, in un incontro al Ministero delle Imprese e del Made in Italy, Electrolux aveva confermato la “centralità strategica” dell’Italia, annunciando investimenti in ricerca e sviluppo. Quelle parole oggi suonano come una beffa per chi ha dedicato trent’anni a quella fabbrica.

I sindacati metalmeccanici – Fim, Fiom e Uilm – hanno giustamente dichiarato “inaccettabile” il piano e proclamato lo stato di agitazione permanente con 8 ore di sciopero nazionale. Come Partito Democratico, esprimiamo piena solidarietà alle lavoratrici e ai lavoratori e ci uniamo a questa mobilitazione.

Radici profonde: la parabola dell’industria italiana del “bianco”

Gli anni d’oro (1950–1980): l’Italia prima al mondo

C’è stata un’epoca in cui frigoriferi, lavatrici e cucine italiane conquistavano le case di tutta Europa. Fu una storia di straordinario successo industriale, parte integrante del miracolo economico del dopoguerra.

Già dal dopoguerra, aziende come Candy, Zanussi, Rex, Ignis, Merloni-Indesit costruirono un settore capace di modernizzare le famiglie italiane ed europee. Nel 1974, il comparto contava 114 imprese e circa 48.000 dipendenti diretti, con una produzione di 27,4 milioni di pezzi e un fatturato di 935 miliardi di lire. L’Italia era la prima manifattura continentale del settore.

Il picco venne raggiunto nel 1977 con 11,5 milioni di apparecchi prodotti. Negli anni Ottanta, il settore dell’elettrodomestico in Italia era secondo solo all’automobile per numero di occupati. Nei primi anni Novanta, le aziende italiane producevano il 45% di tutti gli elettrodomestici venduti in Europa: un primato industriale che oggi appare quasi incredibile.

Indesit da sola, nel 1970, contava 12.000 dipendenti e 7 stabilimenti. Zanussi era leader assoluto di mercato in più categorie di prodotto. Candy, nata da una piccola officina di Monza nel 1948, era diventata uno dei grandi player europei, con una produzione che nei suoi anni migliori superava i 30 milioni di pezzi l’anno.

La crisi e le vendite (1980–2010): l’Italia svende i suoi gioielli

La discesa comincia negli anni Ottanta, con le prime difficoltà competitive e le crisi aziendali. Il crac di Indesit (1980) e di Zanussi portano entrambe le aziende fuori dal controllo italiano. Zanussi, prima azienda nazionale del settore, nel 1984 passa sotto il controllo della multinazionale svedese Electrolux. Ignis, già ceduta alla Philips nel 1970-72, sparisce come entità italiana.

La Merloni, uscita rafforzata dalla crisi, acquisisce Indesit (1987), Philco (1986) e la francese Scholtes, per poi rinominarsi Indesit Company nel 2005. Ma nel 2013 anche il controllo degli eredi Merloni viene ceduto alla multinazionale americana Whirlpool: l’ultimo grande brand italiano del bianco esce di mano italiana.

Nel 2018 la cinese Haier acquisisce Candy per poco più di 400 milioni di euro – cifra irrisoria rispetto a un fatturato che nel 2017 aveva superato il miliardo. La più antica azienda italiana del settore diventa cinese.

Il risultato di questo processo? Oggi l’industria italiana del bianco è interamente in mano a due grandi multinazionali estere: l’americana Whirlpool (con i marchi Indesit e Hotpoint) e la svedese Electrolux. Le decisioni strategiche, gli investimenti, le dismissioni: tutto viene deciso altrove, con logiche di portafoglio globale che non tengono conto dei territori, delle comunità, delle persone.

Il crollo dell’occupazione: i numeri di un declino

I dati parlano chiaro e non lasciano spazio a ottimismi di facciata. Secondo i dati di Confartigianato, tra il 2008 e il 2021 gli occupati diretti nel settore della fabbricazione di elettrodomestici si sono dimezzati: da circa 47.000 a 24.043, con un calo del 49,3% – più intenso del -13,9% registrato dall’intera manifattura nello stesso periodo.

Nel 2022, la filiera complessiva degli elettrodomestici (produzione, componentistica e indotto) valeva ancora l’1% del PIL italiano, con 114 miliardi di euro di fatturato e oltre 505.000 occupati diretti e indiretti. Ma si tratta di numeri che nascondono una progressiva deindustrializzazione: meno addetti alla produzione, più peso distribuivo e di servizio.

Più in generale, tra il 1995 e il 2024, la percentuale di occupati nell’industria manifatturiera è scesa dal 21% al 15% (dati ISTAT), con una perdita strutturale di competenze e capacità produttiva che non è stata compensata da nessuna politica di reindustrializzazione seria.

Le cause strutturali: perché è accaduto

1. Il deficit cronico di ricerca, sviluppo e innovazione

La seconda causa strutturale di lungo periodo, largamente sottovalutata nel dibattito politico italiano, è il gap drammatico negli investimenti in ricerca e sviluppo. I dati ISTAT e Eurostat sono impietosi: nel 2023, l’Italia ha investito in R&S appena l’1,37% del PIL, contro il 3,13% della Germania e il 2,18% della Francia. La media UE è al 2,3%; l’obiettivo europeo per il 2030 è il 3%. L’Italia è 18esima su 27 Paesi UE per intensità di investimento in R&S, appena sopra Bulgaria e Lettonia. Non è solo un dato statistico: ogni euro investito in ricerca genera fino a 4 euro di valore aggiunto nel medio termine. Il divario accumulato dall’Italia rispetto alla Germania in questo ambito è così ampio che, anche ipotizzando un aumento di 4 miliardi di euro ogni anno, richiederebbe un decennio per colmarlo (dati Osservatorio CPI, Università Cattolica).

Questo deficit tocca direttamente il settore degli elettrodomestici. La competizione globale non si gioca più solo sul prezzo, ma sull’efficienza energetica, sulla connettività IoT, sull’intelligenza artificiale integrata nei prodotti. Haier, Samsung, Hisense investono miliardi in ricerca applicata; le aziende che producono in Italia, ormai tutte sotto controllo straniero, prendono le decisioni di R&S altrove. Il risultato è che i prodotti a più alto valore aggiunto vengono concepiti e sviluppati fuori dai nostri confini, mentre in Italia rimangono le fasi produttive più a basso margine – e quindi le prime a essere delocalizzate quando i costi salgono.

2. Il calo dei consumi e l’erosione del potere d’acquisto

A comprimere la domanda interna ha contribuito in modo determinante la crisi strutturale dei salari e del potere d’acquisto degli italiani. I dati ISTAT sono allarmanti: tra il 2019 e il 2024, le retribuzioni contrattuali hanno perso il 10,5% del potere d’acquisto in termini reali. La perdita ha raggiunto il 15% a fine 2022, poi parzialmente rientrata ma risalita al 10% nel 2025.

I salari italiani risultano inferiori in termini reali a quelli del 2004: vent’anni di stagnazione salariale.

Le famiglie italiane con meno soldi in tasca comprano meno elettrodomestici, o puntano al prodotto più economico – spesso importato dall’Asia. 

È un circolo vizioso che si autoalimenta e vale in generale per tutti i settori: meno consumi (di produzione nazionale), meno domanda per i produttori, meno occupazione, meno redditi, meno consumi, e così via.

Il mercato europeo degli elettrodomestici ha già subito un calo delle unità vendute del -20,5% tra dicembre 2021 e luglio 2024 (dati APPLia). La crisi inflattiva e la stagnazione dei salari hanno spinto i consumatori verso prodotti più economici, accelerando l’abbandono dei brand italiani ed europei.

3. La concorrenza asiatica e il dumping dei prezzi

L’arrivo sul mercato europeo di produttori asiatici – cinesi, coreani, turchi – ha progressivamente eroso le quote di mercato delle produzioni europee. La cosiddetta “lavatrice da 199 euro” è il simbolo di questa competizione sui costi impossibile da reggere per chi produce in Italia con salari europei, energia cara e standard normativi elevati.

Inizialmente i prodotti asiatici erano percepiti come di qualità inferiore. Ma negli ultimi anni, marchi come Haier, Hisense, Beko (turco, oggi padrone degli stabilimenti ex-Whirlpool in Europa) hanno raggiunto livelli qualitativi competitivi, eliminando anche l’ultimo vantaggio comparativo delle produzioni europee. La stessa Electrolux cita esplicitamente la crescente pressione competitiva dei produttori asiatici come motivazione dei tagli.

4. La delocalizzazione delle catene produttive

Una volta che i grandi marchi italiani sono passati sotto controllo straniero, è iniziata la progressiva delocalizzazione delle produzioni verso paesi con costi inferiori: Polonia, Romania, Turchia E sud-est asiatico. Electrolux stessa ha spostato produzioni in Polonia. È una logica puramente finanziaria: ridurre i costi di produzione, aumentare i margini e distribuire utili agli azionisti indipendentemente dall’impatto sociale sui territori.

La chiusura di Cerreto D’Esi per spostare la produzione di cappe in Polonia è l’ultimo capitolo di questa storia. Un capitolo che poteva e doveva essere scritto diversamente, se la politica italiana avesse avuto gli strumenti e la volontà di intervenire.

5. Il costo dell’energia: un handicap strutturale che l’Italia non risolve

Tra le cause strutturali del declino manifatturiero italiano, una delle meno discusse ma più devastanti è il costo dell’energia. I dati sono inequivocabili e certificati da fonti istituzionali: nel 2024, le imprese italiane hanno pagato l’energia elettrica a una media di 109 euro per megawattora, contro i 78 euro della Germania, i 63 della Spagna e i 58 della Francia. 

Significa che le imprese italiane hanno sostenuto costi energetici del 28% superiori alla Germania, del 42% alla Spagna e addirittura del 47% alla Francia (dati Centro Studi Unimpresa-Confcommercio, 2025). Nel primo quadrimestre del 2025 il differenziale si è ulteriormente allargato, con il PUN italiano che ha toccato i 136-143 euro/MWh contro i 98-111 degli altri grandi Paesi europei.

La causa principale è strutturale: il mix energetico italiano dipende dal gas per il 70% della generazione termoelettrica, con pochissime fonti programmabili alternative. Questo rende il prezzo italiano della luce dipendente dalla borsa del gas, con ogni fiammata geopolitica (dalla crisi ucraina alla tensione mediorientale) che si scarica direttamente sulle bollette industriali. Il Centro Studi Confindustria ha quantificato che, tre anni dopo la crisi energetica del 2022, l’incidenza dei costi energetici sui costi di produzione italiani rimane ancora superiore di oltre un punto percentuale rispetto alla media del 2018-2019, mentre per la Francia lo shock è stato quasi completamente riassorbito grazie al nucleare. Per il settore degli elettrodomestici, storicamente energivoro nella fase produttiva, questo significa dover competere globalmente con un handicap di partenza che i concorrenti asiatici – che producono in paesi con energia ancora più economica – non hanno.

La soluzione non è semplice né rapida, ma la direzione è chiara: accelerare massicciamente lo sviluppo delle rinnovabili (l’Italia ha un mix rinnovabile ancora al 38% contro il 50% della Spagna), riformare il meccanismo di formazione del prezzo dell’elettricità sganciandolo dal gas nelle ore di produzione rinnovabile, e investire in contratti a lungo termine per le imprese manifatturiere che garantiscano stabilità e prezzi competitivi. Senza affrontare il nodo energetico, qualsiasi altra politica industriale si scontra con questo muro invisibile ma solidissimo.

Le responsabilità politiche: ciò che non è stato fatto

L’assenza di una politica industriale strategica

L’Italia non ha una politica industriale degna di questo nome. Interi settori strategici sono stati svenduti o delocalizzati senza opporre una visione alternativa, pensiamo ad esempio all’automotive. L’attuale governo Meloni, rappresentato dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy, si limita a “seguire con la massima attenzione” la vicenda Electrolux, convocando un tavolo per il 25 maggio. Ma i tavoli senza strumenti non fermano i licenziamenti.

Nel frattempo, Paesi come Francia e Germania hanno sviluppato strumenti attivi di politica industriale: fondi sovrani, golden power rafforzato, incentivi selettivi alla produzione nazionale, contratti di sviluppo condizionati al mantenimento occupazionale. In Italia, nulla di paragonabile.

Germania, Francia e Spagna. Spunti per un modello italiano che manca

Vale la pena guardare a cosa ha fatto e continua a fare la Germania per difendere la propria industria e il proprio lavoro. Non si tratta di un modello perfetto – anche la Germania oggi affronta le sue crisi – ma di un sistema strutturato di strumenti che l’Italia non ha mai avuto il coraggio di adottare.

Il primo pilastro del modello tedesco è la Mitbestimmung, la cogestione aziendale: nelle imprese con più di 2.000 dipendenti, il consiglio di sorveglianza (l’equivalente del CDA) è composto per metà da rappresentanti dei lavoratori, eletti direttamente dai dipendenti. Questo significa che nessuna decisione strategica – né una delocalizzazione, né una chiusura di stabilimento, né un piano di esuberi di massa – può essere presa senza che i lavoratori abbiano voce in capitolo al più alto livello decisionale dell’azienda. In Italia, i lavoratori Electrolux hanno saputo della chiusura di Cerreto D’Esi da un comunicato aziendale. In Germania, avrebbero potuto bloccarla o negoziarla dall’interno.

Il secondo pilastro è il Kurzarbeit, lo strumento di riduzione dell’orario di lavoro con integrazione salariale pubblica. Esiste da oltre un secolo ed è strutturalmente diverso dalla nostra Cassa Integrazione: il suo utilizzo è concordato con i sindacati, legato a piani di formazione e riqualificazione, e concepito come ponte verso la ripresa produttiva – non come parcheggio. Durante la crisi del 2008, oltre 1,5 milioni di lavoratori tedeschi hanno usufruito del Kurzarbeit senza perdere il posto, e la Germania è uscita dalla recessione più velocemente di tutti gli altri grandi Paesi europei.

Il terzo pilastro è il sistema bancario pubblico a sostegno dell’industria, incarnato dalla KfW(Kreditanstalt für Wiederaufbau), una banca pubblica di sviluppo con un bilancio superiore ai 500 miliardi di euro che finanzia a condizioni agevolate la ricerca, l’innovazione, la transizione energetica e il rafforzamento delle PMI industriali. Non è un ente assistenziale: è uno strumento strategico di politica industriale attiva, capace persino di acquisire quote in aziende strategiche per bloccare scalate indesiderate da parte di capitali extraeuropei. In Italia, la Cassa Depositi e Prestiti svolge un ruolo parzialmente analogo, ma con risorse, mandato e autonomia nettamente inferiori.

Il quarto pilastro è il Mittelstand, il tessuto di medie imprese industriali familiari, spesso leader mondiali in nicchie tecnologiche specifiche, che costituisce la spina dorsale dell’economia tedesca. Questo tessuto è stato coltivato per decenni attraverso politiche di sostegno alla ricerca applicata, alla formazione duale (apprendistato ad alto contenuto tecnico), al credito agevolato e alla difesa della proprietà intellettuale. In Italia esistono realtà analoghe – i nostri distretti industriali – ma sono state abbandonate a se stesse, senza una politica industriale che le valorizzasse e le proteggesse dalla competizione sleale.

La Germania non è immune dalle crisi – e lo dimostra la difficile transizione dell’automotive – ma ha strumenti per governarle. L’Italia no. E questo è il risultato di politiche che hanno preferito la deregolazione alla struttura, la flessibilità precaria alla sicurezza attiva, i bonus di breve periodo alla visione industriale di lungo respiro. Vogliamo cambiare questo.

Se la Germania insegna la cogestione e le banche pubbliche di sviluppo, la Francia insegna qualcosa di ancora più radicale: la cultura della sovranità industriale come ragione di Stato. Parigi non ha mai smesso di considerare l’industria manifatturiera come un asset strategico nazionale da difendere con tutti gli strumenti disponibili.

Il primo strumento francese è Bpifrance, la banca pubblica di investimento con un portafoglio di oltre 100 miliardi di euro. Partecipa al capitale di centinaia di aziende strategiche, garantisce prestiti alle PMI innovative, finanzia le start-up tecnologiche, e quando un’impresa strategica rischia di essere acquisita da capitali stranieri ostili, può intervenire come azionista di stabilizzazione. Non è assistenzialismo: è una politica industriale attiva con strumenti di mercato. In Italia proponiamo di costruire qualcosa di analogo potenziando il mandato e le risorse della Cassa Depositi e Prestiti.

Il secondo strumento è il Crédit d’Impôt Recherche (CIR), il più generoso credito d’imposta per la R&S tra i grandi Paesi europei: le imprese francesi deducono il 30% delle spese di ricerca dall’imponibile fiscale, senza limiti di settore. Questo ha contribuito a portare la Francia al 2,18% di investimento R&S/PIL, molto al di sopra dell’Italia (1,37%). Le imprese manifatturiere francesi innovano di più, producono prodotti a più alto valore aggiunto e sono meno vulnerabili alla concorrenza sul puro costo di produzione.

La Francia pratica anche attivamente la “politique des champions nationaux”: lo Stato orienta la politica industriale per costruire campioni nazionali in settori strategici, attraverso fusioni guidate, partecipazioni dirette del Tesoro e Golden Power applicato con severità. Airbus, TotalEnergies, Naval Group: sono esempi di aziende che lo Stato francese ha aiutato a crescere o difeso da acquisizioni ostili. Il ministro delle Imprese francese ha detto apertamente in parlamento che “esportare i nostri prodotti strategici è fondamentale per la nostra bilancia commerciale e per creare posti di lavoro in tutta la Francia”: una frase che nessun ministro italiano avrebbe il coraggio di pronunciare, perché manca ancora la cultura – prima ancora degli strumenti – della sovranità industriale.

La Spagna è l’esempio forse meno citato ma più rilevante per l’Italia, data la somiglianza strutturale delle due economie. Nel 2024 la Spagna ha registrato una crescita del PIL del 3,2% – la più alta tra le grandi economie avanzate al mondo – mentre l’Italia si fermava allo 0,7%. E ha creato 468.000 nuovi posti di lavoro, raggiungendo il record storico di 21,85 milioni di occupati. Parte di questo successo è turismo, ma una parte fondamentale è il risultato di scelte strategiche di politica industriale coerenti nel tempo.

Il cuore della strategia spagnola è la nuova Ley de Industria y Autonomía Estratégica, approvata nel 2024 dopo trent’anni di attesa: la prima vera riforma organica dell’industria spagnola. La legge introduce tre strumenti chiave. 

Primo, i PERTE (Proyectos Estratégicos para la Recuperación y Transformación Económica): progetti strategici nazionali – veicoli elettrici, idrogeno verde, microchip, salute – che danno accesso prioritario ai fondi pubblici, tempi accelerati di approvazione e sostegno straordinario dello Stato. Il PERTE per i veicoli elettrici ha mobilizzato oltre 3 miliardi di euro pubblici e privati, con Volkswagen e Stellantis che hanno annunciato investimenti massicci negli stabilimenti iberici.

Secondo, la RECAPI (Reserva Estratégica de las Capacidades Nacionales de Producción Industrial): una riserva strategica delle capacità produttive nazionali, rapidamente mobilitabili in caso di crisi. Un’idea semplice e potente: lo Stato mappa le capacità produttive strategiche del Paese e si attrezza per attivarle in emergenza, invece di scoprire solo a crisi scoppiata, come è successo recentemente in molti paesi non solo europei, di non avere ad esempio mascherine, vaccini o componenti essenziali.

Terzo, la legge prevede meccanismi strutturali di protezione delle industrie ad alta intensità energetica dagli aumenti dei prezzi dell’energia, con contratti a lungo termine e tariffe agevolate: la prova che il costo dell’energia è trattato come variabile di politica industriale, non solo di politica energetica.

L’Italia non ha nulla di paragonabile: né una legge industriale aggiornata, né una riserva strategica delle capacità produttive, né un meccanismo strutturale di protezione energetica per le imprese manifatturiere, né una strategia organica per i settori in transizione. Ciò che abbiamo sono tavoli, task force, commissioni, dichiarazioni di attenzione. E intanto Electrolux chiude Cerreto D’Esi.

L’illusione dei bonus: stimoli alla domanda senza tutela dell’offerta

L’unica risposta alle crisi dei consumi che questo governo è capace di dare sono i bonus: in questo settore, ad esempio, bonus elettrodomestici, ecobonus, detrazioni fiscali per la sostituzione degli apparecchi. Strumenti che stimolano la domanda ma non discriminano tra prodotti importati e quelli prodotti o assemblati in Italia.

Il risultato paradossale è che i bonus italiani hanno spesso finanziato l’acquisto di elettrodomestici prodotti in Cina o in Polonia, senza alcun beneficio per i lavoratori degli stabilimenti italiani. Peggio ancora: aumentando i volumi venduti a prezzi stracciati, hanno rafforzato la competitività dei produttori asiatici rispetto alle produzioni europee di fascia media o medio-alta.

I bonus non risolvono i problemi strutturali, non sostengono la capacità produttiva nazionale, non creano occupazione qualificata. Sono, al massimo, un cerotto su una ferita profonda.

Serve una vera politica industriale 

La risposta alla crisi dell’industria del bianco – e più in generale dell’industria manifatturiera italiana – non può essere improvvisata tavolo per tavolo. Servono strumenti strutturali, coraggiosi e di lungo periodo.

1. Salari, domanda interna e contrasto alla stagnazione

Avviare un Piano Straordinario di Riallineamento Salariale ai livelli europei, con l’obiettivo di colmare entro 5 anni il divario accumulato. I salari reali italiani hanno perso quasi il 9% dal 2008 al 2024 (dati OIL): siamo il Paese del G20 con la perdita più alta. Questo piano deve articolarsi su tre assi. Il primo asse è fiscale: riduzione strutturale e permanente del cuneo contributivo per i redditi fino a 35.000 euro, finanziata dalla tassazione delle rendite finanziarie e dalla lotta all’evasione – non da detrazioni temporanee o bonus una tantum. Il secondo asse è contrattuale: introduzione immediata del salario minimo legale a 9 euro l’ora (aggiornabile automaticamente all’inflazione), obbligo di applicazione dei contratti collettivi nazionali più rappresentativi in tutti i settori, e clausole di salvaguardia del potere d’acquisto nei rinnovi contrattuali. Il terzo asse è della partecipazione: introdurre, sul modello tedesco della Mitbestimmung, la rappresentanza dei lavoratori negli organi di amministrazione delle grandi imprese, per dare ai dipendenti voce nelle scelte strategiche che incidono sui loro salari e sulla loro occupazione. Riallineare i salari non è solo una questione di giustizia sociale: è una condizione necessaria per rilanciare i consumi interni e costruire un mercato capace di sostenere la produzione nazionale.

2Le basi per la ripartenza: ricerca, innovazione e sviluppo

Costruire un Sistema Nazionale Integrato di Ricerca, Sviluppo e Innovazione Industriale fondato sulla creazione di Poli Tecnologici e Scientifici territoriali che leghino stabilmente le università, i centri di ricerca pubblici e i distretti industriali locali. Il modello sono i grandi cluster europei che hanno trasformato territori interi in ecosistemi dell’innovazione: il Baden-Württemberg in Germania (Bosch, Daimler, SAP accanto al Politecnico di Stuttgart), la Catalonia Tech in Spagna, Sophia Antipolis in Francia. In Italia abbiamo già le materie prime – università di eccellenza, distretti industriali storici, competenze artigianali uniche al mondo – ma mancano i connettori: le strutture istituzionali, i finanziamenti stabili e la governance condivisa che trasformino la vicinanza geografica in collaborazione sistematica. Proponiamo quindi: a) l’istituzione di almeno 10 Poli Nazionali di Innovazione Industriale, uno per ogni grande distretto manifatturiero (elettrodomestici nel Nord-Est, moda e tessile in Toscana, automotive in Piemonte, food tech in Emilia, biomedicale in Lombardia, ecc.), co-finanziati con fondi europei FESR e nazionali, con governance tripartita pubblico-università-imprese; b) l’obbligo per le grandi imprese che ricevono incentivi pubblici di destinare una quota minima del fatturato alla ricerca applicata in partnership con le università locali; c) il potenziamento degli ITS Academy (Istituti Tecnici Superiori) come cinghia di trasmissione tra la ricerca avanzata e la produzione, formando tecnici specializzati con competenze ibride su automazione, sostenibilità ed efficienza energetica. Senza innovazione integrata al territorio, le produzioni italiane continueranno a perdere valore aggiunto a favore di chi investe sistematicamente nel futuro dei propri prodotti.

3Protezione da aumenti dei costi energetici

Adottare un Piano Strutturale per la Sovranità Energetica dell’Industria Manifatturiera, riconoscendo esplicitamente che il costo dell’energia non è una variabile esogena e incontrollabile, ma una leva di politica industriale su cui l’Italia deve agire con urgenza e con visione strutturale. Come documentato nel capitolo sulle cause di questa crisi, le imprese italiane pagano l’elettricità fino al 47% in più rispetto ai concorrenti francesi e quasi il 30% in più rispetto a quelli tedeschi: un handicap competitivo insostenibile per qualsiasi settore manifatturiero, e in particolare per quello degli elettrodomestici, storicamente ad alta intensità energetica. Il piano deve articolarsi su cinque misure concrete e urgenti. Prima misura: introdurre contratti di fornitura energetica a lungo termine (PPA, Power Purchase Agreements) per le imprese manifatturiere di media e grande dimensione, garantendo prezzi stabili e competitivi per almeno 10-15 anni, sganciati dalle fluttuazioni del mercato spot del gas: è ciò che già fa la Spagna con la sua legge industriale del 2024. Seconda misura: riformare il meccanismo di formazione del prezzo dell’elettricità nelle ore di massima produzione da fonti rinnovabili, sganciandolo dal prezzo marginale del gas (il cosiddetto meccanismo “merit order”) che oggi fa pagare l’elettricità solare e eolica come se fosse prodotta da una centrale a gas: una stortura di mercato che penalizza enormemente l’Italia, più soleggiata e ventosa di Germania e Francia. Terza misura: accelerare massicciamente l’installazione di rinnovabili – la Spagna ha già superato il 50% di produzione da fonti rinnovabili, l’Italia è ancora al 38% – con semplificazione radicale delle autorizzazioni che oggi richiedono in media 7 anni dall’istanza all’allaccio: un tempo intollerabile. Quarta misura: istituire un Fondo di Compensazione Energetica per le Industrie Strategiche – finanziato con quota degli extra-profitti delle società energetiche – che intervenga automaticamente quando il prezzo dell’energia supera determinate soglie di guardia, evitando che ogni crisi geopolitica si traduca immediatamente in chiusure di stabilimenti o delocalizzazioni. Quinta misura: supportare le imprese manifatturiere nell’installazione di impianti di autoproduzione energetica (fotovoltaico industriale, accumulo, cogenerazione) attraverso incentivi diretti e accesso agevolato al credito della Cassa Depositi e Prestiti, riducendo strutturalmente la dipendenza dal mercato e quindi la vulnerabilità alle oscillazioni dei prezzi. Un Paese che vuole difendere la propria industria non può lasciare le proprie imprese in balia dei mercati energetici globali: deve costruire scudi strutturali, non elargire ristori una tantum dopo che il danno è già fatto.

4. Rafforzamento del Golden Power e introduzione di un Fondo Sovrano Industriale

• Estendere l’applicazione del Golden Power ai settori manifatturieri strategici (elettrodomestici, componentistica, filiere dell’automotive e dell’energia) per bloccare acquisizioni ostili da parte di soggetti che puntano a delocalizzare o addirittura a depredare per fini speculativi tramite la logica “acquista, chiudi e rivendi” 

• Istituire un Fondo Strategico Nazionale per il Made in Italy, sul modello del francese Bpifrance, capace di acquisire quote in aziende strategiche a rischio di svendita, sostenere piani di reindustrializzazione e accompagnare le transizioni industriali con risorse pubbliche e private.

5. Condizionalità degli incentivi al mantenimento produttivo in Italia

• Nessun incentivo pubblico (bonus consumatori, Transizione 5.0, contratti di sviluppo, Nuova Sabatini) dovrebbe essere erogato senza la verifica che la produzione rimanga in Italia per almeno 5-7 anni. Chi delocalizza dopo aver incassato gli incentivi deve restituirli con interessi.

• Introdurre bonus elettrodomestici selettivi, condizionati all’acquisto di prodotti fabbricati in Italia o nell’Unione Europea,

6. Contratti di filiera e accordi di sviluppo industriale vincolanti

• Promuovere Contratti di Filiera tra grandi produttori, PMI fornitrici e istituzioni pubbliche, con impegni vincolanti sul mantenimento dei livelli occupazionali e degli investimenti produttivi in Italia, in cambio di sostegno pubblico all’innovazione e alla transizione energetica.

• Rafforzare i Contratti di Sviluppo del MIMIT, aumentandone le risorse e legandoli a obiettivi misurabili di occupazione qualificata e produzione italiana.

7. Politiche attive del lavoro e riconversione industriale

• Pur mantenendo il modello della Cassa Integrazione come strumento di urgenza e contenimento, non di semplice parcheggio, investire in veri programmi di riqualificazione professionale per i lavoratori dei settori in transizione e trasformazione, con fondi europei (JTF, FSE+) e risorse nazionali.

• Istituire Agenzie Territoriali per lo Sviluppo Industriale nelle aree colpite da crisi, con mandato di attirare investimenti sostitutivi e sostenere la diversificazione produttiva.

8. Un’agenda europea per l’industria del bianco

• Portare in sede europea la battaglia per strumenti di protezione dell’industria manifatturiera UE dalla concorrenza sleale come ad esempio standard minimi di produzione sostenibile.

• Sostenere la costruzione di un Piano Europeo per l’Industria del Bianco, che valorizzi le produzioni ad alto contenuto tecnologico (efficienza energetica, connettività, economia circolare) come vantaggio competitivo strutturale dell’Europa rispetto all’Asia.

Non è solo Electrolux, è il modello che non regge

Electrolux non è un caso isolato. È l’ultimo capitolo di una storia che riguarda Whirlpool, Beko, Haier-Candy, e decine di altre vertenze aperte in tutta Italia. È la storia di un’industria che fu prima al mondo e che è stata abbandonata a sé stessa.

Come comunità di Campi Bisenzio, sappiamo bene di cosa si parla. La nostra città porta ancora aperta la ferita della chiusura dello stabilimento GKN Driveline, ordinata nell’estate del 2021 dal fondo speculativo britannico Melrose Industries con un messaggio di posta elettronica inviato nella notte a 500 lavoratori. Cinquecento posti di lavoro bruciati in poche ore, cinquecento famiglie gettate nell’incertezza da chi aveva acquisito un’azienda sana e produttiva con il solo obiettivo di estrarne valore finanziario nel più breve tempo possibile, per poi abbandonarla. Una vicenda emblematica di ciò che accade quando non esistono strumenti legali e politici capaci di fermare la speculazione finanziaria che distrugge il lavoro e i territori. Anni di lotte sindacali, di presidio permanente, di solidarietà nazionale hanno dimostrato la dignità di quei lavoratori. Ma non hanno potuto restituire i posti perduti. È per questo che non ci accontentiamo di esprimere solidarietà: vogliamo cambiare le regole del gioco, perché quello che è successo a Campi Bisenzio non debba ripetersi a Cerreto D’Esi, a Forlì, a Porcia o altrove.

Di fronte a questo, non bastano tavoli istituzionali convocati d’urgenza, dichiarazioni di attenzione o nuovi bonus a pioggia. Serve un cambio di paradigma: la politica industriale come strumento centrale della strategia economica del Paese, non come rimedio dell’ultimo minuto.

Le 170 lavoratrici e lavoratori di Cerreto D’Esi, i 400 di Forlì, i colleghi di Porcia, Susegana e Solaro meritano risposte strutturali, non promesse. Meritano un Paese che sappia difendere il lavoro, la produzione, la dignità.

Il Partito Democratico di Campi Bisenzio è al fianco dei lavoratori Electrolux, sostiene lo sciopero e chiede al Governo un intervento immediato e concreto: non solo la convocazione di un tavolo, ma un piano industriale nazionale per questo e per altri settori industriali con risorse, strumenti e impegni vincolanti.

L’Italia che sa fare non può continuare a perdere le sue fabbriche. Basta svendere il futuro.

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