Diritti PD nazionale

Congedo paritario: la paura dell’uguaglianza della Destra

Ci sono leggi che non vengono bocciate per mancanza di coperture.
Vengono bocciate per mancanza di coraggio.

Il congedo paritario non è solo una misura economica. È una dichiarazione culturale. Dice una cosa semplice e rivoluzionaria: un figlio non è proprietà biologica della madre né comparsa affettuosa del padre. È responsabilità condivisa. È tempo diviso. È cura equamente distribuita.

E invece no.

In Italia si continua a parlare di natalità come se fosse una campagna pubblicitaria: bonus, slogan, conferenze sulla famiglia. Ma quando si tratta di redistribuire davvero il potere — il potere del tempo, del lavoro, del salario — allora improvvisamente i conti non tornano. I bilanci diventano sacri. Le priorità cambiano.

La verità è più semplice e più scomoda:
l’uguaglianza costa. Ma soprattutto spaventa.

Spaventa un modello sociale in cui la donna è ancora il perno silenzioso della cura. Spaventa l’idea di un padre obbligato a fermarsi, a restare, a essere presente non per scelta romantica ma per diritto e dovere. Spaventa un mercato del lavoro che si regge sulla disponibilità totale maschile e sulla penalizzazione strutturale femminile.

Si dice: “Non ci sono le risorse”.
Eppure le risorse si trovano sempre per ciò che si ritiene urgente.

La questione non è economica. È politica.
È decidere se la parità è un principio da celebrare l’8 marzo o una struttura da costruire il resto dell’anno.

Un congedo davvero paritario non è un privilegio.
È una riforma di civiltà.

Perché finché la maternità resterà un rischio professionale e la paternità una scelta opzionale, l’uguaglianza sarà solo una parola elegante nei programmi elettorali.

E alla fine il punto è questo:
la parità non è neutra. È una scelta di campo.

Significa spostare potere, salario, tempo.
Significa togliere alla donna il destino obbligato della cura esclusiva e imporre anche all’uomo la responsabilità piena della presenza.

Ed è qui che si misura la differenza politica.

C’è una destra che difende la “famiglia tradizionale” ma solo finché resta tradizionale nei ruoli: madre che si sacrifica, padre che lavora. Una destra che parla di natalità ma non vuole mettere in discussione l’asimmetria su cui quella natalità si regge.

Quando la parità diventa concreta — mesi uguali, stipendio uguale, responsabilità uguale — allora diventa improvvisamente troppo costosa, troppo radicale, troppo ideologica.

La verità è semplice:
chi difende un modello sociale fondato sulla gerarchia dei ruoli è, nei fatti, contro la parità di genere.

E finché quella resistenza culturale resterà il cuore della proposta politica, la parità continuerà a essere promessa.

Manuela Palloni

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