Reggio Emilia, 13 settembre 2026
Grazie. Grazie a tutti voi per essere qui, oggi, così in tante e così in tanti.
Grazie alla Federazione di Reggio Emilia, sempre meravigliosamente accogliente ed efficiente. Grazie al Partito dell’Emilia-Romagna e grazie a Igor Taruffi, il nostro responsabile organizzativo, e ai suoi collaboratori, per il grande impegno di queste settimane.
E grazie, soprattutto, alle volontarie e ai volontari che ancora una volta, con passione e generosità, ci hanno regalato una Festa nazionale bellissima. Tre anni fa erano 350, ora sono più di 500. Siete voi a tenere in piedi le oltre 500 Feste dell’Unità in tutta Italia: senza di voi non saremmo niente. Senza la base, scordatevi le altezze. E allora voglio rivolgermi con infinita riconoscenza alle volontarie e ai volontari, ai nostri militanti, ai segretari di circolo e di federazione, a quelli regionali, a tutti i nostri amministratori e consiglieri, ai parlamentari e ai nostri dipendenti: grazie!
Cerchiamo ogni giorno di essere all’altezza dei vostri bisogni e dei vostri sogni.
È un numero di Feste che, negli ultimi anni, è cresciuto tantissimo. Un numero che ci racconta la voglia di esserci, di ritrovarsi, di appartenere a qualcosa di più grande. Dalla prima, 81 anni fa — l’anno scorso sono andata a Mariano Comense per l’anniversario —, è una tradizione che si rinnova anno dopo anno, che ha saputo cambiare e innovarsi senza mai perdersi, accompagnando i cambiamenti della nostra società. Non esiste niente di paragonabile in Italia, per capacità di mobilitazione e prova di radicamento, e niente di paragonabile nemmeno altrove. Dobbiamo esserne orgogliosi. È l’idea che la buona politica non si costruisce sulle spalle delle traiettorie individuali, ma vive nella dimensione popolare e collettiva, nella passione condivisa, nel senso di comunità, nel Noi sempre prima dell’io.
È il segno più bello, il più autentico, dell’energia della nostra comunità.
In un tempo in cui troppo spesso la politica appare distante e arida, siete voi a restituirle il suo senso più alto: il disinteresse, lo spirito di servizio, l’emozione della condivisione e della partecipazione.
Ci ricordate, ogni volta, chi siamo. Una grande forza collettiva. Radicata. Popolare.
Popolare e mai populista.
La Festa è un esempio in cui il Pd è stato all’altezza della sua intuizione originaria: costruire un progetto nuovo, nutrendosi però del meglio delle culture politiche che lo hanno originato e fondato. Mischiandosi. E facendo crescere insieme una nuova generazione di militanti, una nuova classe dirigente che non si divide più per appartenenze pregresse, ma è nata e cresciuta nel Partito Democratico, con l’opportunità di essere figli e fieri di tutte le sue storie, di tutte le sue culture, nessuna esclusa. Rappresentandone l’incontro e la sintesi più alta.
Quest’anno la Festa è caduta in una fase cruciale. Cruciale per il nostro partito. Cruciale per il nostro Paese. E l’abbiamo pensata e vissuta con lo spirito di apertura di sempre. Con generosità e unità: uno spazio aperto al dialogo con tutte le forze politiche e sociali che, insieme a noi, stanno costruendo l’alternativa. E, allo stesso tempo, un grande momento di ascolto. Ascolto di ciò che si muove intorno a noi, oltre noi: delle domande e delle inquietudini che attraversano il Paese.
Perché chi vuole governare il cambiamento, prima di tutto, deve saperlo comprendere.
Nuove sfide — grandi sfide — ci aspettano. E chiederanno, nei prossimi mesi, tutto il vostro impegno, tutta la vostra intelligenza, tutta la vostra passione.
Le affronteremo insieme, come insieme siamo arrivati fin qui, anche se nessuno ci avrebbe scommesso.
Ma soprattutto, insieme, abbiamo perseguito testardamente e ottenuto i due risultati più importanti che avevamo promesso: l’unità del partito e l’unità dell’alleanza progressista. Siamo testardamente unitari non perché ce l’abbia prescritto il medico, ma perché ce lo chiede la nostra gente. A voi lo dovevamo.
Le forze del centrosinistra, dopo la sconfitta del 2022, non si parlavano più. Oggi, dopo tre anni e mezzo di lavoro unitario, stiamo insieme nell’alleanza progressista con cui ci siamo presentati in tutte le regioni al voto nel 2025, con cui governiamo insieme regioni e città, e governiamo bene. La notizia è questa: non troverete nessun articolo su litigi che hanno fatto saltare una giunta in cui lavoriamo insieme.
Se oggi il centrosinistra è in campo ed è competitivo, se lavora in Parlamento, se governa — e governa bene — regioni e comuni, è perché ci abbiamo creduto noi quando non interessava a nessuno. Perché ci siamo spesi, con determinazione e tenacia, anche quando era la strada più scomoda. Non ci siamo fatti gli affari nostri fino a un mese dalle elezioni: abbiamo praticato l’unità ogni giorno.
In questi oltre due anni abbiamo smentito chi guardava con sufficienza e scetticismo al nostro paziente lavoro di ricucitura, di aggregazione, di dialogo.
Anche nei momenti più difficili non abbiamo rinunciato al nostro spirito testardamente unitario. Il cammino è ancora da completare. Ma oggi possiamo vedere, con fiducia, che l’alternativa è già concreta e al lavoro.
L’alternativa prende vita e forma in tante proposte comuni in Parlamento, nelle battaglie unitarie dell’opposizione, nelle piazze condivise, nel confronto quotidiano.
Noi non costruiamo l’alleanza semplicemente contro i nostri avversari: la costruiamo per le cose che vogliamo fare per l’Italia, per una visione condivisa del futuro del Paese.
Il Pd è il primo partito di opposizione ed è il perno imprescindibile di questa alternativa. Il nostro partito si è dimostrato vitale, saldo, forte, e noi vogliamo mettere generosamente questa forza al servizio di un progetto più largo e unitario, di una nuova agenda per l’Italia.
Abbiamo lavorato, tutti insieme, a un partito più aperto, più accogliente, più umile nell’ascolto. Un partito empatico: vicino ai bisogni, alle attese, alle preoccupazioni e alle speranze delle persone. Nei quartieri. Nelle piazze. Davanti ai luoghi di cura e ai luoghi di lavoro. Nelle periferie delle grandi città e nei piccoli comuni delle aree interne e di montagna. Abbiamo fatto a Urbino la prima Festa nazionale dell’Unità dedicata alle aree interne, e si è appena conclusa quella dedicata alle isole minori. Il messaggio è chiaro: per il Pd non ci sono cittadini né territori di serie A e di serie B. Vogliamo raccogliere le voci e le speranze di chi si sentiva abbandonato, lasciato solo con le proprie difficoltà.
Sta a noi occuparci degli stipendi troppo bassi. Sta a noi occuparci della spesa troppo cara. Delle pensioni insufficienti. Degli affitti diventati insostenibili. Delle liste d’attesa infinite. Delle nuove povertà e delle nuove solitudini. È questa la sinistra che vogliamo: quella che lotta contro ogni forma di disuguaglianza e discriminazione, quella che lotta per la giustizia e per la libertà, per la pace e la solidarietà.
Si tratta di difendere i valori di sempre. Giustizia sociale. Emancipazione. Dignità umana. Sono i valori che hanno animato la storia migliore delle culture fondatrici del Pd. Quelli che hanno ispirato, e guidato, persone che non si rassegnavano al mondo per com’era. E oggi tocca a noi declinare questi valori nel presente, per rispondere alle domande e alle urgenze del nostro tempo.
Vogliamo farlo con realismo, certo, con la cultura del buon governo che questa terra, l’Emilia-romagna, ci insegna. Ma senza rinunciare alla tensione ideale, a uno sguardo largo, alla capacità di indicare l’orizzonte. Perché pensare di non poter cambiare davvero le cose non è realismo: è rassegnazione. E noi non siamo gente che si rassegna. Vogliamo riaccendere la speranza e la fiducia, con una politica che tenga insieme ideali e concretezza. Che unisca le parole alle azioni. Che voglia migliorare le condizioni materiali delle persone e, insieme, del pianeta.
Le nostre priorità per l’Italia
Per questo abbiamo ricostruito un’agenda a partire dai fondamentali costituzionali. Proprio qui ci siamo dati le 5 priorità cruciali su cui costruire l’alternativa a questa destra. 5 priorità semplici, che stanno sulle dita di una mano: sanità pubblica e istruzione, lavoro dignitoso e politica industriale, clima, pace e democrazia.
Su ognuna di queste priorità abbiamo fatto iniziativa in Parlamento e nei territori, lavorando con la segreteria nazionale, che ringrazio, con i nostri gruppi parlamentari, che ringrazio, e con i nostri amministratori, per cui chiedo un applauso: sono la prima linea nel rispondere ai bisogni dei cittadini, nonostante i vergognosi tagli che subiscono da questo governo sul sociale, sul trasporto pubblico locale, sulle strade provinciali. E annuncio che, dopo aver organizzato a Bologna il più grande appuntamento dedicato agli amministratori nella storia del nostro partito, lo rifaremo a novembre a Verona. Abbiamo fatto il nostro percorso d’ascolto nel Paese nei primi mesi dell’anno e raccolto le proposte che porteremo all’alleanza progressista.
Ora è tempo di accelerare sul programma comune. Non partiamo da zero, ma dalle tante proposte unitarie che abbiamo presentato in Parlamento e nel Paese. E non basterà una somma di proposte concrete: servono i valori, dobbiamo offrire una visione del Paese che vogliamo costruire per il futuro. Un sogno collettivo. La speranza di un’Italia più giusta. Di un Paese che ti puoi permettere, alla portata di tutti. Di un Paese che non ti abbandona alla solitudine e alla fatica, ma ti tende una mano.
Non ci serve un semplice ritocco al modello economico neoliberista, che ha fallito e si è dimostrato insostenibile dal punto di vista sociale, ambientale ed economico. Ci serve il coraggio di cambiare il modello di sviluppo, di mettere al centro la giustizia sociale e climatica, la pace.
Ho chiesto agli alleati di affinare il programma non chiusi nelle nostre stanze ma in mezzo alle persone, nell’ascolto del Paese e degli amministratori locali, del mondo produttivo e sindacale, del Terzo settore e delle associazioni, della scienza e della società civile. Vanno coinvolte le forze sociali, i territori, i saperi, i movimenti. Dobbiamo raggiungere chi di solito non raggiungiamo. Un percorso che non parli solo a noi stessi, ma sappia aprirsi alle migliori energie e intelligenze che attraversano la società italiana. Un progetto radicale nelle idee e, insieme, ancorato a soluzioni possibili, praticabili, concrete. Radicale come lo è la scelta di chi oggi deve decidere se ritardare il pagamento dell’affitto o delle bollette, di chi deve decidere se spendere 200 euro per una gastroscopia o per il centro estivo del figlio. Radicale come la scelta della giovane laureata in ingegneria che deve decidere se accettare un contratto precario o andare in un altro Paese europeo.
Noi, come Pd, contribuiremo con le nostre proposte, e oggi sono qui a raccontarvele. A partire dall’economia, il campo dove, al di là dei trionfalismi della propaganda, è più evidente il fallimento del governo.
Ora, non voglio ignorare il record di durata che hanno appena celebrato. Lo hanno fatto con una fanfara spropositata e, io credo, rivelatrice: la pompa magna di chi, non avendo nessun altro risultato da festeggiare, festeggia il calendario. E lo festeggia a Bari mentre a Taranto partivano 2500 licenziamenti per i lavoratori dell’indotto Ex-Ilva, cui mandiamo la nostra solidarietà.
È stato un governo inutilmente lungo. Che occasione storica ha sprecato, presidente Meloni! Avevate i numeri per fare tutto, e siete riusciti a non fare nulla che cambiasse in meglio le condizioni materiali degli italiani.
Ma questo record, paradossalmente, squarcia anche la nebbia della propaganda. Basta giustificazioni. Basta vittimismo. Basta scuse autoassolutorie. Gli alibi non stanno più in piedi. Non può essere sempre colpa di qualcun altro. Nessuno ha avuto tanto tempo e tanti numeri come voi. Se le cose vanno male, se il Paese reale sta peggio, se la vita delle persone non è migliorata, assumetevene la responsabilità. La colpa è vostra.
Ci penseremo noi a mandarvi a casa e a far ripartire il Paese.
Fuori dal Palazzo in cui si è rinchiusa c’è un’altra Italia, che Giorgia Meloni non ascolta e Telemeloni non racconta. Fuori dalla propaganda del governo c’è un’Italia che fa fatica e va sostenuta. Siamo una forza che ha cultura di governo, e allora abbiamo il dovere di esercitare realismo e consapevolezza.
A Bari la presidente Meloni ha fatto un discorso tutto contro le opposizioni, non avendo risultati da rivendicare. Io, diversamente da lei, voglio parlarvi oggi di quello che vogliamo fare noi per l’Italia. Quindi, su questi anni di governo Meloni, mi limiterò ad una fotografia della situazione.
L’Italia dopo 4 anni di governo Meloni
L’economia italiana è sostanzialmente ferma, la crescita rasenta lo zero e ci vede fanalino di coda tra i paesi del G20, nonostante il Pnrr. La produzione industriale cala quasi senza sosta da tre anni. Interi settori del nostro tessuto produttivo sono minacciati dalla deindustrializzazione.
La pressione fiscale ha toccato i massimi degli ultimi dodici anni. Abbiamo i salari tra i più bassi d’Europa e il costo dell’energia più alto. La povertà assoluta ha toccato un record storico, al 10% della popolazione. 6 milioni di italiani rinunciano a curarsi. Il tasso di natalità del 2025 è il peggiore dal dopoguerra. Hanno tenuto i conti in ordine, ma se la stabilità si trasforma in immobilismo i nodi vengono al pettine.
Eppure c’è un’economia che, in Europa, sta andando bene: la Spagna di Sanchez. Nel triennio 2023-2025 la Spagna ha fatto quattro volte la nostra crescita (aumento cumulato del Pil: Spagna +9,3%, Italia +2,2%). Perché hanno aumentato del 50% il salario minimo, anziché bloccarne l’approvazione. Perché hanno speso bene e in fretta tutte le risorse del Pnrr, anziché perdere 9 mesi a cambiarlo perché non lo sentivano proprio. Perché hanno investito sulle rinnovabili e disaccoppiato il prezzo dell’energia. Perché hanno fatto politiche industriali. Perché hanno fatto sedere allo stesso tavolo imprese e sindacati, e hanno concordato di ridurre drasticamente il lavoro precario. Un altro modello di sviluppo non solo è possibile: la ricetta progressista genera crescita e benessere per tutte e tutti. Funziona per le persone.
Contro la legge elettorale
E davanti a tutto questo Giorgia Meloni ha un’unica priorità: cambiare la legge elettorale per paura di perdere. Ma se si vantano tanto della stabilità, perché cambiare questa legge elettorale? Perché la novità siamo noi, compagni: un’alleanza progressista unita e competitiva, che ha già preso più voti assoluti della destra in tutte le ultime tornate elettorali.
Faremo muro, insieme a tutte le altre opposizioni, contro questa legge elettorale incostituzionale, con un premio di maggioranza abnorme e l’antipasto del premierato, cui negli ultimi giorni si sono aggiunte altre porcate: capilista bloccati, mentre Meloni votava contro la nostra proposta sulle preferenze; l’annullamento della parità di genere; i collegi ridisegnati nel voto estero per favorire i loro; e persino la restrizione dell’accesso alle elezioni, con questa pessima norma che aumenta in modo esorbitante il numero di firme, contro cui continueremo la battaglia.
Noi siamo pronti, e ci faremo trovare pronti in qualsiasi momento si andrà a votare. Continuano a chiedere a noi i nostri tempi, ma è Meloni che deve dire al Paese quando andremo a votare. Prima è, meglio è per il Paese.
Noi, da mesi, con spirito costruttivo, facciamo la nostra parte: accanto a ogni critica, mettiamo una proposta alternativa.
Ora cominciamo il lavoro per affinare il programma comune con tutta l’alleanza progressista con cui già governiamo in regioni e città. Una alleanza che si può e si deve allargare ancora, non restringere.
E oggi voglio raccontarvi il frutto di questo lungo lavoro di elaborazione, voglio raccontarvi che cosa noi porteremo come contributo al programma.
Ve lo dico già in premessa: non c’è programma migliore per l’alleanza progressista che attuare fino in fondo la nostra Costituzione antifascista, articolo per articolo.
Lavoro dignitoso
Articolo 1: fondata sul lavoro. E non sul lavoro povero, non sul lavoro precario, non certo sulla cassa integrazione. Sul lavoro dignitoso. Solidarietà ai lavoratori e alle lavoratrici italiane impegnati in vertenze durissime: penso agli operai ex Ilva, a quelli di Beko che sono appena andata a trovare a Fabriano come quelli di Electrolux a Cerreto d’Esi e, prima ancora, a Solaro; penso a quelli di Natuzzi e di Stellantis. Siamo e saremo al vostro fianco.
Vedete, c’è una ferita tutta italiana che chiede giustizia, ed è quella dei salari.
In quattro anni i salari reali sono calati di nove punti. Nove punti. E nello stesso tempo il carrello della spesa, gli alimentari, sono aumentati del 30 per cento: lo dice il Sole 24 Ore. Non è una statistica: è la vita di milioni di persone che peggiora, mese dopo mese.
Oggi, in Italia, avere un contratto non basta più. Non basta per costruire un progetto di vita, per chiedere un mutuo, per affrontare un imprevisto, o anche solo per arrivare a fine mese con un po’ di serenità.
Comprimere i salari non rende il Paese più competitivo. È il contrario: lo rende più povero. È dimostrato: bassi salari vogliono dire più povertà, più disuguaglianza, meno consumi, meno innovazione. È la strada del declino. Per noi la via è quella opposta: investire nella qualità e nella dignità del lavoro.
Continueremo la nostra battaglia unitaria con tutte le opposizioni per introdurre un salario minimo, per i 4 milioni di lavoratori e lavoratrici che sono poveri anche se hanno un lavoro. La nostra proposta rafforza i contratti collettivi firmati dai sindacati e dalle organizzazioni d’impresa più rappresentativi, e spazza via i contratti pirata, che sono fatti per produrre precari. E poi aggiunge una soglia sotto la quale nemmeno i contratti comparativamente più rappresentativi possono scendere, perché sotto quella soglia non è lavoro, è sfruttamento, e non deve essere legale.
Tra le proposte unitarie ne abbiamo firmata una che prevede la sperimentazione della riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario. Li sento già, gli ordoliberisti, dirci che siamo rimasti a trent’anni fa, a quando si diceva «lavorare meno, lavorare tutti». Ma la verità è che ci sono rimasti loro, che non vedono l’impatto profondo dell’automazione e dell’intelligenza artificiale sul lavoro, i cui benefici vanno redistribuiti proprio sui salari e sugli orari.
E voglio ricordare un’altra proposta unitaria che porta la mia prima firma, sottoscritta da tutte le opposizioni, nessuna esclusa, che migliorerebbe la vita di milioni di famiglie italiane, al di là della retorica vuota della destra, e darebbe un segnale anche contro la denatalità. È il congedo paritario: immaginate un’Italia in cui, quando nasce un figlio, ci sono 5 mesi di congedo pagato al 100% per entrambi i genitori. Non soltanto per le madri, mettendole in difficoltà nella scelta tra lavoro e famiglia, ma anche per i padri che vogliamo aiutare a vedere crescere i propri figli, quei padri che i dieci giorni facoltativi spesso non li chiedono per paura di ripercussioni negative in azienda.
E poi fatemi dire: fanno tanta retorica vuota sulla famiglia, ma di famiglia non ce n’è una sola, quella tradizionale di cui tanto parlano ma che pare nessuno di loro poi abbia. Suggerirei loro di stare fuori dalle case degli italiani. Le famiglie sono tante, plurali, diverse, colorate, e vanno tutte difese nei loro diritti e nel contributo che portano alla società. Soprattutto vanno difesi i loro figli, perché i figli non si discriminano mai. Perché l’amore non si discrimina mai. Ringrazio i nostri sindaci, che stanno sopperendo alla mancanza di una legge, e saremo noi ad approvare una legge che riconosca i figli e le figlie delle coppie omogenitoriali, così come il matrimonio egualitario.
Come Partito Democratico, condivideremo con gli alleati le nostre altre proposte sul lavoro. Ci battiamo per incentivare i rinnovi dei contratti e perché tengano conto dell’inflazione. Ci battiamo per contrastare la precarietà: se hai un contratto di un mese e non sai se ci sarà domani, come fai a uscire di casa o a farti una famiglia? Faremo come in Spagna, dove Sánchez ha messo a sedere imprese e sindacati e hanno concordato una drastica riduzione dei contratti precari. Abbiamo una proposta di legge che contrasta il part time forzato, che colpisce in particolare le donne. E, come ci chiedono i nostri Giovani Democratici, vogliamo abolire gli stage extracurricolari gratuiti, perché con uno stage gratuito non ci paghi un affitto.
Ci battiamo per ripristinare Opzione donna, per sostenere le pensioni e assicurare che ce l’abbiano anche le nuove generazioni, che hanno carriere discontinue. Altro che chi le proponeva a mille euro e poi le ha aumentate del costo di un caffè. Ma per noi lavoro significa anche occuparci delle partite IVA, anche di quelle finte, e del welfare troppo carente per i lavoratori autonomi. Durante il percorso d’ascolto che abbiamo fatto a febbraio ho incontrato Irene Marinucci, logopedista a partita IVA da dieci anni, che quando è rimasta incinta si è sentita dire che quei dieci anni di lavoro le valevano 180 euro di maternità. Che vuol dire che, da sola, non ce la fai, se non ti sostiene la famiglia. Anche su questo abbiamo avanzato una proposta di legge che mettiamo a disposizione dell’alleanza.
E, accanto a tutto questo, sul lavoro c’è una questione fondamentale: nella Repubblica fondata sul lavoro non si può morire ogni giorno di lavoro o di stage. Più sicurezza sul lavoro significa più ispettori per i controlli, più prevenzione e formazione, responsabilizzare le aziende, usare le nuove tecnologie per rendere già sicuri i luoghi di lavoro, e anche dire no alla logica del subappalto a cascata che Salvini e Meloni hanno inserito nel codice degli appalti. Perché in fondo a quella lunga catena di appalti sappiamo tutti che il lavoro è meno sicuro, il lavoratore più ricattabile, e più facile l’infiltrazione criminale.
Per noi il contrasto a tutte le mafie è una questione identitaria.
E assicuriamo il pieno impegno del Partito Democratico contro la corruzione e la criminalità organizzata, perché le mafie non devono trovare un centimetro in cui infilarsi. Diamo il pieno sostegno al lavoro delle forze dell’ordine, che le contrastano ogni giorno, e della magistratura, che porta avanti i processi. Ma sappiamo che le mafie si battono anche con la cultura e con l’educazione, a partire dalle scuole. La mafia si combatte con la giustizia sociale, non lasciando terreno alla marginalità e al bisogno, dove si insinua il ricatto mafioso: lo Stato deve arrivare sempre prima.
Tra poco celebreremo i dieci anni dell’approvazione di una legge che questo partito ha fortemente voluto: quella contro il caporalato. Dobbiamo vigilare che sia attuata fino in fondo, con risorse adeguate e strutture territoriali. Lo dobbiamo a Satnam Singh, lo dobbiamo ai tre braccianti bruciati vivi ad Amendolara, dove sono andata per non dimenticare. Bisogna rafforzare i percorsi di protezione per chi denuncia, cambiare la pessima legge Bossi-Fini, assicurare a tutte e tutti i lavoratori pari diritti. Lo dico a questa destra: è facile prendersela sempre e solo con i migranti irregolari, e mai con i padroni che li impiegano irregolarmente nei campi o nelle aziende.
Il governo ha incassato dal ceto medio 22 miliardi in più, soprattutto per effetto del drenaggio fiscale, il cosiddetto «fiscal drag»: quel che succede quando i redditi nominali crescono per effetto dell’inflazione ma non il potere d’acquisto, facendo scattare scaglioni più alti che si mangiano gli aumenti. Meloni dovrebbe iniziare da qui: restituire ai contribuenti le risorse, sterilizzare il fiscal drag e indicizzare gli scaglioni Irpef all’inflazione, come accade in buona parte delle economie avanzate.
Dobbiamo far vivere quel principio costituzionale che è la progressività fiscale. È giusto che chi ha di più contribuisca in proporzione maggiore al benessere collettivo. Il fisco impostato dal governo è nemico dello sviluppo, corporativo, premia la rendita e punisce lavoro e impresa. Serve un fisco orientato agli investimenti verdi e all’innovazione, altro che i 20 condoni del governo Meloni, che strizzano l’occhio agli evasori a scapito di tutti i contribuenti onesti — pensionati, lavoratori, imprenditori e autonomi — che pagano le tasse anche per chi sceglie di non farlo! Per questo ci impegneremo con serietà, e con le migliori nuove tecnologie, per contrastare l’evasione fiscale: perché, per abbassare le tasse a imprese e lavoro, bisogna che comincino a pagarle anche coloro che non lo fanno.
Le politiche industriali
Accanto al lavoro teniamo strette le politiche industriali, queste sconosciute al governo. Noi crediamo fino in fondo nella vocazione manifatturiera dell’Italia. Vogliamo ridare slancio al Paese, farlo uscire dalle sabbie mobili. All’Italia serve una politica che guardi lontano: serve una nuova idea di sviluppo, che rimetta al centro il benessere delle persone; serve un piano per tornare a crescere, con politiche industriali che accompagnino la conversione ecologica e digitale, con scelte coraggiose sulle filiere strategiche, tornando attrattivi per gli investimenti e migliorando la produttività, puntando sulla ricerca — che in Italia è troppo precaria —, sulla formazione e sull’innovazione, sulla qualità e la sostenibilità della produzione.
Abbiamo viaggiato con Andrea Orlando andando incontro alle realtà industriali del Paese, quelle di eccellenza e quelle in crisi, raccogliendo preoccupazioni e proposte su come far ripartire l’economia italiana. Ho visitato tante aziende nel mio viaggio per l’Italia, ho incontrato tanti piccoli e medi imprenditori, ne ho ascoltato i problemi e le speranze: la prima questione è il costo dell’energia, e poi la richiesta di meno burocrazia, il bisogno di semplificazione normativa e amministrativa, le difficoltà per l’accesso al credito, il bisogno di sentirsi sostenuti dal sistema Paese quando ci si impegna nell’arena globale. Dobbiamo accompagnare le imprese, specialmente le piccole e medie, con gli incentivi e gli investimenti europei che servono a innovare i processi, aumentare la produttività, migliorare il benessere di chi lavora in azienda e ridurre l’impatto negativo sul clima. Non aiuteremo le imprese e gli agricoltori del nostro territorio negando l’emergenza climatica, perché sono tra le sue prime vittime. Li aiuteremo se non li lasciamo soli ad affrontare i costi della transizione, ma li mettiamo in condizione di innovare. Negli agricoltori avremo i primi alleati, se li accompagniamo in questi cambiamenti che ritrovano un equilibrio con il Pianeta. Ne abbiamo uno solo, e non in proprietà, ma in prestito: dovremo restituirlo a chi verrà dopo di noi.
Il governo non ha messo in campo politiche industriali. Anzi! Ha tolto l’80% del fondo per l’auto stanziato dal governo Draghi, nel momento di più grave crisi del settore. E, anziché continuare con Industria 4.0, che funzionava bene, ha voluto piantare una bandierina con il pasticcio di Transizione 5.0.
In questi mesi abbiamo avanzato la nostra strategia per la crescita, in tre punti fondamentali.
Puntiamo anzitutto a cambiare il metodo e a costruire un nuovo Patto per il lavoro, il clima e l’innovazione con tutte le parti sociali, come quello appena rinnovato in Emilia-Romagna. Saluto il presidente De Pascale e il sindaco di Reggio Emilia, Massari.
Primo asse: accelerare la produzione da fonti rinnovabili per scollegare il prezzo dell’energia elettrica da quello del gas. Significa seguire l’esempio di Spagna e Portogallo e semplificare e accelerare le rinnovabili. Se in Spagna ci mettono 2 anni per un nuovo impianto e qui 6, non è un destino: è un fallimento di governance. Dobbiamo introdurre un’unità di missione, con governo e regioni, che individui le aree e dimezzi i tempi di autorizzazione. Dobbiamo coinvolgere i territori con patti che redistribuiscano subito i benefici a chi ospita gli impianti, con sconti in bolletta e quote di energia per le imprese. Dobbiamo cambiare il ruolo dell’Acquirente unico, che possa fare accordi su grandi volumi, come i PPA, per rendere stabili e accessibili i prezzi per le PMI. Abbiamo avanzato una proposta per utilizzare bene i 14 miliardi di flessibilità e cambiare strutturalmente la politica energetica italiana. Sono 5 misure semplici e in gran parte basate su strumenti che già funzionano: 2 miliardi sul Conto termico per sostituire gli impianti a fossili con pompe di calore, rivolti al 9% delle famiglie italiane che sono in povertà energetica; 3 miliardi per efficientare le case popolari; 4 miliardi per accompagnare le imprese nell’elettrificazione dei processi industriali; 3 miliardi per metropolitane, tram e per l’acquisto di bus elettrici; 2 miliardi per l’efficienza delle reti, batterie e accumuli, colonnine di ricarica.
Queste sono soluzioni strutturali, ma nell’immediato non bastano le toppe del governo contro il caro carburanti, che sta ancora sopra i 2 euro al litro: abbiate il coraggio di tassare gli extraprofitti delle società energetiche. È giusto chiedere un contributo a chi si è arricchito anche durante la crisi. Salvini mi dà ragione, Tajani dice che è una parolaccia, Meloni, per non sbagliare, tace.
Secondo asse della strategia per la crescita: far ripartire gli investimenti. Proponiamo burocrazia zero per gli investimenti nella doppia transizione: estendiamo l’autorizzazione unica semplificata, già prevista nelle Zone economiche speciali al Sud, a tutto il territorio nazionale, per gli investimenti legati alla transizione verde e digitale. Uno sportello unico, una risposta entro 90 giorni. Diamo una scossa, per convincere che l’Italia è il Paese in cui investire. E, accanto a questo, riorganizziamo le partecipazioni pubbliche con missioni strategiche: è la politica che deve orientare le partecipate pubbliche, non il contrario. E studiamo nuovi strumenti per indirizzare parte di quei 1.700 miliardi di risparmi degli italiani fermi sui conti correnti, verso il supporto all’innovazione delle PMI.
Terzo asse: migliorare la qualità del lavoro, della formazione e della produttività. Introdurre un salario minimo e contrastare i contratti pirata, reintrodurre Formazione 4.0 e attuare la nostra proposta di legge sul diritto a restare, costruita con le associazioni delle nuove generazioni.
Siamo un Paese in cui la destra, per anni, ci ha ossessionato sull’immigrazione e non ha visto l’emigrazione, quando oltre 192 mila giovani sono emigrati tra il 2019 e il 2023! Tanti giovani in gamba, che studiano con il sacrificio loro e delle famiglie, ma poi, davanti a contratti precari e salari bassi, si trovano costretti a partire per costruirsi un futuro migliore. In quella legge prevediamo aumenti salariali, un Fondo per le imprese innovative, dottorati di ricerca al Sud, sostegno per comprare o affittare casa, trasporto pubblico gratuito per gli studenti, come in Emilia-Romagna e in Campania.
L’emergenza climatica
Questa strategia per la crescita assume come priorità affrontare la crisi climatica. Chiedo agli alleati che l’azione climatica sia prioritaria nel programma comune, perché non abbiamo più tempo.
Le ondate di calore hanno causato 35 mila morti premature stimate in Europa, e un danno economico che vale 180 miliardi, un punto di Pil. Abbiamo presentato a luglio una legge per sostenere gli sforzi delle nostre città nel proteggerci dalle ondate di calore, tra rifugi climatici, zone d’ombra, acqua e depavimentazione. L’estate più calda di sempre ce l’ha gridato in faccia: la crisi climatica fa danni concreti al pianeta e alla salute. Nelle nostre città roventi. Nei campi bruciati dalla siccità. Nelle alluvioni e nelle grandinate sempre più intense e frequenti. Nelle immagini del Nepal devastato. L’emergenza climatica colpisce tutti, ma colpisce molto più duramente chi è già più povero. Per questo, nella nostra visione, giustizia sociale e giustizia climatica sono inscindibili. I paesi che pagano il prezzo più alto sono quelli che hanno meno causato il riscaldamento globale con le loro emissioni. Ci hanno detto per anni che la transizione ecologica è una roba da ricchi; solo che ce l’hanno detto i ricchi, al fresco del loro condizionatore, quel condizionatore che il 9% delle famiglie italiane non si può permettere, perché in povertà energetica.
Dobbiamo liberarci dalla dipendenza dalle fonti fossili e abbattere le emissioni. Serve a salvare, più che il pianeta — che forse ci sopravviverà —, noi che lo abitiamo. Se continuiamo così, «noi non ci saremo», come cantava un grande e indimenticabile poeta di questa terra, Francesco Guccini.
Il nostro compito è rendere conveniente quella transizione. Lo scrisse tempo fa uno dei fondatori del pensiero ecologista: la conversione ecologica avverrà quando apparirà socialmente desiderabile. Lo voglio ricordare anche qui, era Alexander Langer. Sta a noi renderla conveniente, accompagnando famiglie, imprese e agricoltori senza lasciare nessuno indietro. Una grande figura di politico e attivista che deve ancora ispirarci nell’azione quotidiana per rendere conveniente la transizione, l’economia circolare, la mobilità sostenibile, ridurre agricoltura e allevamenti intensivi, moltiplicare le comunità energetiche che abbassano bollette ed emissioni, l’energia rinnovabile che crea lavoro di qualità e buona impresa, specialmente al Sud.
E ci impegniamo sin da ora per una legge che il Paese aspetta da troppo tempo, che dica stop al consumo di suolo, perché si è cementificato troppo. Ogni neonato, nel 2020, nasceva con una dote di 135 metri quadrati di cemento. E serve un grande piano per il dissesto idrogeologico, perché non possiamo continuare a spendere, dopo le emergenze, 4 volte quello che investiamo in prevenzione. Significa moltiplicare i cantieri di manutenzione in tutto il Paese e dare lavoro. E quando mi chiedono dove prendiamo i soldi, è molto semplice: iniziamo da quei 13 miliardi che il governo ha buttato nel progetto inutile e dannoso del Ponte sullo Stretto di Messina, bloccato dalla Corte dei Conti.
La sicurezza
Anche questa è sicurezza. Quella delle persone anziane che hanno paura di uscire di casa a Ferragosto. Quella delle persone più esposte a perdere la casa per un terremoto o un’alluvione: ne ho incontrate molte nelle visite tra Emilia-Romagna, Calabria e Sicilia dopo il ciclone Harry; penso a Niscemi, che ancora aspetta risposte.
A proposito di sicurezza, volevo ricordare anche da qui, al governo, che la sicurezza e l’ordine pubblico sono una responsabilità del governo nazionale: quindi piantatela di scaricare le vostre responsabilità sui nostri sindaci. Avete fatto 5 decreti sicurezza, uno peggio dell’altro, più arretrati del codice Rocco approvato nel 1930. E se avesse funzionato il primo, allora spiegateci perché ne avete fatti altri quattro, con i reati che nel 2023 e nel 2024 sono pure aumentati.
Toccherà a noi costruire un’Italia più sicura. Sì, più sicura.
Per noi la sicurezza è un bene comune fondamentale, un diritto dei cittadini, una condizione essenziale della libertà. La sicurezza è libertà. E sappiamo che la criminalità colpisce tutti, ma soprattutto chi è più fragile, chi ha meno strumenti per difendersi. Per noi esiste il diritto a vivere sicuri: non la propaganda cialtrona sulla sicurezza.
Ci dobbiamo prendere cura di quel senso di insicurezza, senza lasciarlo alle facili sirene di una destra che fa decreti sicurezza i quali aumentano la repressione ma non portano più sicurezza nelle nostre città. Con l’ipocrisia di chi, intanto, taglia i fondi ai comuni, lascia scoperto l’organico delle forze dell’ordine nelle nostre città, taglia alla rigenerazione urbana e non investe sulla sicurezza delle scuole né su quella contro il dissesto idrogeologico.
La nostra idea è chiara: la sicurezza deve tenere insieme prevenzione e protezione. Da una parte il controllo e la sanzione, rafforzando i presidi fondamentali delle nostre forze dell’ordine; accanto a essi, è fondamentale rafforzare i presidi sociali, educativi, culturali, il lavoro con il Terzo settore. Che vuol dire fare rigenerazione urbana, moltiplicare gli educatori di strada, illuminare le piazze e le strade. Vuol dire sostenere il ruolo del Terzo settore e del volontariato, delle scuole e degli oratori, delle realtà culturali e sportive. Repressione senza prevenzione non funziona. Anche sul disagio giovanile, a cui dobbiamo dare ascolto e risposte: non servono i metal detector davanti alle scuole, se poi non ci metti gli psicologi dentro e i libri all’uscita.
La società più sicura è la società più inclusiva, che non marginalizza, non discrimina, non lascia indietro nessuno.
Abbiamo fatto una proposta con le altre opposizioni: se volete fare una cosa seria per la sicurezza, riportate subito in Italia gli 800 milioni buttati in prigioni inumane e vuote in Albania. E usiamoli per assumere più forze di polizia, che sono sotto organico in tutto il Paese.
Sull’immigrazione si è consumato tutto il cinismo e tutto il fallimento del governo Meloni: pensate alla propaganda su Ceuta. Hanno sospeso Schengen sapendo che dall’enclave non c’è libera circolazione verso l’Ue. Hanno creato un precedente pericoloso per l’Europa, ma anzitutto per il nostro Paese: e infatti altri 7 paesi hanno cominciato a dire che rimanderanno in Italia chi è entrato in Europa dall’Italia. Ha rinunciato a fare la battaglia più importante per l’Italia: la solidarietà europea sull’accoglienza. Se ne vanta pure, che nessuno ne parla più, quando con il nuovo Patto ci saranno ancora più responsabilità sulle spalle dei paesi di confine come il nostro. Avrebbe invece dovuto avere il coraggio di spiegare agli altri governi, come a Orbán, che non si possono volere i benefici di far parte dell’Unione se non se ne condividono anche le responsabilità.
Scaricano sui sindaci anche il trasporto pubblico locale: Salvini taglia i fondi, così loro devono scegliere tra ridurre le corse o aumentare i biglietti, e in ogni caso si prendono la colpa al posto del ministro. Dopo 4 anni così, non vi crede più nessuno: prendetevi mezza responsabilità!
Diritto alla casa
La stessa cosa hanno fatto sul fondamentale diritto alla casa. Per tre anni il niente; anzi, la cattiveria di aver cancellato il fondo affitto, che aiutava migliaia di famiglie a rischio sfratto. E poi un piano casa da 10 miliardi in cui le risorse nuove sono in realtà meno di uno.
Serve un vero recupero delle case popolari vuote, come abbiamo fatto in questa regione quando ero vicepresidente: 10 milioni di euro regionali per recuperare 731 alloggi in 7 mesi, da destinare a chi è in lista d’attesa per la casa. Serve reintrodurre e aumentare il fondo per l’affitto, la rigenerazione urbana nei quartieri, costruire garanzie pubbliche per ristabilire fiducia nel mercato degli affitti; e serve una legge intelligente sugli affitti brevi, che dia poteri ai sindaci, non per criminalizzare, ma per evitare le speculazioni.
Sanità pubblica
Ma c’è un altro articolo della Costituzione che dobbiamo attuare fino in fondo: l’articolo 32. Difenderemo la sanità pubblica universalistica dai tagli e dalla privatizzazione della destra.
Quante volte avete sentito Meloni rivendicare il più grande investimento della storia? Mentono, e lo sanno, perché in tutto il mondo la spesa sanitaria si calcola sul Pil, e da quando Meloni è presidente è scesa fino ai minimi storici degli ultimi 15 anni. È un preciso disegno. Perché, per smantellare la sanità pubblica, non devi cambiare le leggi: non serve, basta chiudere i rubinetti e togliere le risorse. Così i reparti si svuotano, le liste d’attesa si allungano all’infinito. E quando devi aspettare un anno e mezzo per una gastroscopia, se hai i soldi vai dal privato, se no rinunci a curarti, come fanno 6 milioni di italiani. Vuol dire rinunciare alla prevenzione. Come la signora di Pesaro che, dopo una diagnosi di tumore, non è riuscita a prenotare le visite nel pubblico. Mi ha detto: «Ho dovuto tirare fuori 500 euro di tasca mia, ma non mi preoccupo per me, che ce li ho: penso a chi non ce li ha».
Se loro vogliono una sanità a misura del portafoglio delle persone, noi vogliamo quella universalista pensata da una donna straordinaria, partigiana e cattolico-democratica che, non a caso, abbiamo voluto nella nostra tessera di quest’anno: Tina Anselmi. Una sanità che curi chi, da solo, non ce la fa.
Ho presentato una legge per portare la spesa sanitaria alla media europea; abbiamo fatto emendamenti unitari con le altre opposizioni per dire al governo dove prendere subito 5 miliardi per assumere i medici e gli infermieri che mancano negli ospedali.
Certo, non tutti i problemi della sanità nascono con questa destra al governo: dobbiamo fare anche autocritica, e impegnarci a tenere questa come priorità. La pandemia ci ha insegnato che la sanità del futuro è la sanità di territorio e di prossimità, delle case della comunità, della telemedicina e dell’assistenza domiciliare, in un modello che sappia prevenire, curare e riabilitare.
Pensate alle aree interne. Bisogna avere il coraggio di pagare meglio i medici e gli infermieri che vivono e lavorano nelle aree interne, perché altrimenti ne rimarranno sguarnite. Sono stata in Valsessera, in Piemonte: 9.000 abitanti senza un medico di base. Con un governo che, nei documenti, parla di ineluttabile declino per le aree interne, il Partito Democratico non ci sta: per noi serve il loro rilancio, e abbiamo proposto una legge specifica che viene dall’ascolto delle nostre comunità. Perché l’esperienza da amministratrice mi ha insegnato che, se vogliamo contrastare lo spopolamento, dobbiamo portare i servizi e rendere la vita più comoda. Migliorare i trasporti, investire sulle strade e sulla connessione, defiscalizzare le attività economiche, perché non è la stessa cosa aprire una bottega in un’area interna o nel centro di una grande città.
La sanità di prossimità è quella che arriva più vicina alle case delle persone. Rafforzare i servizi di cura per le persone anziane e non autosufficienti, quelli per le persone con disabilità e i percorsi di vita indipendente. Noi abbiamo un’idea di società in cui nessuno deve essere lasciato solo, in cui nessuno deve rimanere indietro, in cui le vulnerabilità e le fragilità non sono una colpa, uno stigma sociale o qualcosa di cui vergognarsi. La cura non è una responsabilità individuale o familiare, come pensa la destra, bensì la prima e più grande responsabilità collettiva. Per questo è una vergogna che abbiano tagliato sulla disabilità. Servono più servizi, più percorsi di vita indipendente, del durante e “dopo di noi”. E guai se da destra sentiamo ancora parole di discriminazione verso bambine e bambini con disabilità, che hanno pieno diritto all’inclusione nella scuola, e domani nel lavoro, perché la Repubblica è fondata sul lavoro anche e soprattutto per loro.
Lotteremo per una legge nazionale sui caregiver, come quella dell’Emilia-Romagna, perché i loro bisogni non sono gli stessi delle persone di cui si prendono cura nelle loro famiglie, e perché la cura non va sminuita né monetizzata.
E poi dobbiamo investire di più sulla salute mentale, come ci chiedono i ragazzi e le ragazze dalle scuole e dalle università. Mancano 9.000 professionisti.
La salute non è una merce. E il diritto a curarsi non può dipendere da dove vivi.
Io credo che la coalizione, nel programma, dovrà assumere un impegno chiaro, limpido, forte, di fronte agli elettori: portare progressivamente il finanziamento della sanità pubblica ai livelli della media europea.
Se vince la destra aumenterà al 5% del Pil le spese militari; se vinciamo noi, invece, porteremo al 7% la spesa per la sanità pubblica.
Scuola pubblica, ricerca e università
E, accanto alla sanità, difenderemo l’articolo 34 della Costituzione: difenderemo anche la scuola pubblica, come primo luogo di emancipazione sociale delle persone, di contrasto alla povertà educativa e alle disuguaglianze. Significa pagare meglio gli insegnanti, che sono tra i meno pagati d’Europa. Penso a Michele Ferrante, docente precario da 6 anni, di San Ferdinando di Puglia, a cui sta per nascere il quarto figlio. Ieri, in un’intervista, raccontava che prende circa 1.050 euro netti al mese. Ma con il diesel stabilmente sopra i 2 euro al litro, sei litri al giorno, quattro giorni a settimana, sono già oltre 200 euro al mese solo di carburante. Poi c’è l’usura della macchina, i tagliandi, le gomme, l’assicurazione, per ottocento chilometri al mese solo per andare a lavorare. Alla fine se ne vanno quasi 450 euro. Restano poco più di 600 euro per vivere.
La scuola non può essere così precaria, perché un Paese che non crede nella scuola non crede nel futuro. Bisogna ascoltare la voce degli studenti, anche quando critica, anziché avere l’ossessione di reprimere il dissenso con ogni mezzo. Bisogna allungare il tempo pieno, che non è realtà ovunque, e respingere il dimensionamento scolastico, che ruba autonomia ai territori più marginalizzati. Va resa obbligatoria l’educazione all’affettività e alle differenze in tutti i cicli scolastici, perché è l’unico modo di prevenire il bullismo e la violenza di genere. Agire sulle differenze prima che diventino disuguaglianze, e non per annullarle, ma per metterle a valore, assicurando a tutte e tutti uguali diritti e opportunità, che oggi uguali non sono. Non basta la repressione, se non si fa prevenzione: pensate agli ultimi drammatici femminicidi di questo agosto. Abbiamo votato insieme sul codice rosso, all’unanimità, come sul reato di femminicidio. Ma chiediamo che la destra rispetti gli impegni presi, investa sulla formazione, e approvi insieme a noi una legge che dica chiaramente che senza consenso è sempre violenza.
Noi, del Partito Democratico, non ci rassegniamo a un’Italia in cui la povertà si trasmette di generazione in generazione, in cui il tuo destino sta scritto nel luogo o nella famiglia in cui nasci. Ed è il motivo per cui continueremo a batterci anche contro questa pessima autonomia differenziata, portata avanti dal governo che ha fatto le scelte più antimeridionaliste della storia repubblicana, che non capisce che non può esserci riscatto per l’Italia senza il riscatto del Sud.
E, insieme alla scuola pubblica, bisogna investire di più nella ricerca, perché in Italia è troppo precaria. Non si può guidare la conversione ecologica né la transizione digitale senza un grande investimento in competenze e saperi. Difenderemo l’università pubblica, anch’essa sotto attacco per i tagli del governo, mentre si apre un’autostrada al privato, come si fa nella sanità, con la pessima riforma dei concorsi e con l’occupazione partitica dell’ANVUR, l’agenzia di valutazione.
Dobbiamo garantire il diritto allo studio a tutte e tutti. Non deve esistere quell’ossimoro degli idonei non beneficiari delle borse di studio. E non può dipendere da quanti soldi ci mette in più la Regione, magari perché guidata da noi.
Il diritto allo studio nella sua accezione più ampia: per questo abbiamo proposto di rendere gratuiti i libri di testo anche nelle superiori, le mense scolastiche e il trasporto scolastico. Perché aiuti una famiglia con i costi, oggi che con il caro libri fa fatica. Perché non dobbiamo mai mettere nessuna famiglia italiana nella condizione di dover scegliere quale figlio far studiare, perché non sa se può permetterselo: sarebbe un salto indietro pericoloso.
A partire dalla nostra ossessione di moltiplicare gli asili nido in tutto il territorio nazionale — nidi che, con i fondi europei, abbiamo reso gratuiti in Toscana e in Emilia-Romagna, perché siano accessibili a tutti. Lo ricordo da qui, città di Adriana Lodi, di Loris Malaguzzi e di Carla Rinaldi, che da qui queste cose le hanno spiegate in mezzo mondo.
Fa male doverlo dire alla prima presidente del Consiglio donna, ma Giorgia Meloni sa benissimo cosa accade in Italia quando si taglia su sociale e sanità: il carico di cura rimane sulle spalle delle famiglie, e nelle famiglie rimane soprattutto sulle spalle delle donne, che restano indietro nel lavoro e nell’impresa. Non solo è ingiusto: è antieconomico. Che sostenere il lavoro femminile faccia bene anche alla crescita non lo dico io, ma la Banca d’Italia.
Non ce ne facciamo granché di una premier donna, se non si batte per migliorare la vita di tutte le altre donne. E i diritti, a partire da quello a scegliere sul proprio corpo, anziché mandare gli antiabortisti dentro ai consultori.
I diritti sociali e civili insieme
E vorrei ribadirlo con chiarezza, ora più che mai: i diritti sociali e i diritti civili sono inscindibili. È sbagliato farne gerarchie; di solito le fa chi ha un problema con gli uni o con gli altri, o spesso con tutti e due. Noi abbiamo ricostruito l’identità del Partito Democratico su come migliorare la qualità della vita delle persone e le loro condizioni materiali: diritto alla salute, alla casa, salario dignitoso e lavoro stabile. Sapendo perfettamente che chi viene discriminato per ciò che è, è anche una persona che lavora, fa impresa, paga le tasse. Ma, essendo discriminato per ciò che è, fa più fatica a trovare lavoro, ad avviare l’impresa, o ad accedere ai servizi che paga, come tutti, con le tasse. Il faro è la nostra Costituzione, che all’articolo 3 parla di eguaglianza formale e sostanziale: è dovere della Repubblica rimuovere gli ostacoli, e una forza di sinistra deve denunciare che quegli ostacoli, per alcuni, sono ancora più alti, e unire queste lotte, perché dividerle fa solo il gioco della destra, che vuole mettere i lavoratori gli uni contro gli altri e non disturbare chi continua ad arricchirsi anche in mezzo alle crisi.
Diritti, per noi, significa anche attuare la sentenza della Corte costituzionale e dare al Paese una legge sul fine vita dignitoso, come molte regioni hanno già fatto. E voglio dedicare un pensiero a chi ci sta seguendo senza poter essere qui, come Franco Mirabelli, che questa battaglia la sta facendo in prima linea.
I diritti e la democrazia si tengono per mano. Per questo continueremo a batterci contro il premierato, che accentra ancor più il potere nelle mani di chi governa, e contro questa pessima legge elettorale, che lo realizza aggirando la Costituzione.
La democrazia non è una delega in bianco ottenuta il giorno del voto ogni cinque anni, ma va praticata nel vivere di tutti i giorni, negli strumenti che permettono ai cittadini e ai loro rappresentanti di far sentire la propria voce.
Li fermeremo, come abbiamo fatto sul referendum sulla giustizia — un tema che non abbandoneremo —, perché quella riforma non migliorava la giustizia per i cittadini, ma metteva i giudici sotto il controllo del governo. Eppure la giustizia deve migliorare, deve essere più giusta e più efficiente, a partire dall’assumere l’organico che manca e dal garantire condizioni dignitose dentro le carceri, perché anche da lì si vede il grado di civiltà di una società. Come si vede dalla difesa del pluralismo. Per questo sosterremo la cultura, in questi anni resa dalla destra terreno di caccia per la propria fame di potere e di poltrone, su cui piazzare amici e fedelissimi. Lo dico ancora una volta: Giorgia Meloni è l’ultima presidente del Consiglio che lottizza la Rai. Con le altre opposizioni abbiamo già pronta una riforma che la rende libera e indipendente dalla politica e dai partiti, anche da noi.
Perché quando la cultura è libera siamo tutti più liberi, perché è un’insostituibile leva di emancipazione, di cittadinanza, di crescita collettiva e di inclusione.
Sono orgogliosa che giovedì abbiamo approvato alla Camera, quasi all’unanimità, una legge sul cinema che parte da una nostra proposta a mia prima firma, per sostenere un settore strategico che ha attraversato grandi difficoltà: per creare un’agenzia indipendente dalla politica, per riconoscere il welfare ai lavoratori dello spettacolo, e per sostenere le sale e le produzioni indipendenti, perché non può essere solo il mercato a decidere quali storie meritano di essere raccontate.
La pace
E poi c’è un articolo che è la premessa di tutti gli altri: l’articolo 11. L’Italia ripudia la guerra.
Noi ripudiamo la guerra. Vogliamo costruire percorsi di pace: pace per i palestinesi, pace per gli ucraini, pace per gli iraniani che lottano per la libertà anche contro il brutale regime teocratico di Teheran. Restiamo impegnati per la pace in Medio Oriente, che non potrà esserci senza il pieno riconoscimento dello Stato di Palestina, accanto a quello di Israele. Due popoli, due Stati vuol dire che entrambi hanno diritto a esistere e a vivere in pace e sicurezza. È una vergogna che il governo italiano non abbia aderito all’iniziativa di Gran Bretagna, Francia e Canada, insieme ad altri 9 paesi, per dire stop al commercio di prodotti dalle colonie illegali in Cisgiordania. Servono sanzioni contro il governo criminale di Netanyahu, e l’Italia tolga il veto che impedisce all’Europa di sospendere l’accordo di associazione, violato nei suoi fondamenti. Basta con i doppi standard insopportabili: abbiamo reagito compatti quando i crimini di guerra li compie Putin, dobbiamo farlo anche quando li compie Netanyahu. L’Europa deve trovare una voce sola e forte in politica estera; per questo è grave anche la mancata firma del governo italiano a un’iniziativa di 11 paesi europei — tra cui tutti i fondatori, tranne noi — per superare l’unanimità in politica estera. Noi il Paese del Manifesto di Ventotene, di Altiero Spinelli e Ursula Hirschmann, di Ada ed Ernesto Rossi, di Eugenio Colorni. Il Paese di Alcide De Gasperi e Aldo Moro. L’Italia dovrebbe essere alla guida della svolta verso l’Europa federale!
Abbiamo sempre sostenuto, e continuiamo a sostenere, il popolo ucraino, che ha subito un’aggressione criminale da parte di Putin, perché non è accettabile che si riscrivano i confini con le armi. E, al contempo, chiediamo all’Ue un’iniziativa diplomatica e politica, che fin qui è mancata, per contribuire a una pace giusta, che non è la resa alle ragioni dell’aggressore. Fa male vedere che, nelle discussioni in corso tra Ucraina, Usa e Russia, manchi ancora l’Unione europea, che dovrebbe invece indicare un unico negoziatore in grado di partecipare a quei dialoghi per garantire gli interessi di sicurezza ucraini ed europei. Non saranno le telefonate ambigue tra Putin e Trump a farlo. Non lo sta facendo il governo italiano, che, per timore di altre sfuriate di Trump, ha smesso di parlare di politica estera, ha smesso anche di chiedere la fine del conflitto ad Hormuz.
Non si può piegare la politica estera di un grande Paese come l’Italia alle proprie amicizie politiche e ideologiche.
I nazionalismi, come hanno sempre fatto, portano con sé la guerra. E l’angoscia che questa ci causa. Non abituiamoci alla guerra, ma lavoriamo per la pace. Che significa difendere il diritto internazionale, e difendere le sedi del multilateralismo, che sono sotto attacco violento dalle destre nazionaliste di tutto il mondo, proprio perché lì prevale il dialogo tra popoli e Stati anziché l’uso della forza e degli eserciti. Non consentiremo che sostituiscano il diritto internazionale con la legge del più ricco e del più forte.
Perché questa destra non tollera di essere sottoposta alla legge, che dev’essere uguale per tutti. E per questo si sceglie sempre gli stessi nemici: i migranti, i diversi, le comunità LGBTQIA+, i giudici, le ONG, i giornalisti liberi, le opposizioni, l’Europa, gli attivisti climatici. Si nutrono di un nemico al giorno per nascondere che non stanno dando risposte ai bisogni concreti dei cittadini. Trump non ha fatto nulla sul diritto alla salute degli americani, nulla sul caro vita, nulla sui salari. Allo stesso modo vediamo agire la propaganda della destra italiana: un nemico al giorno, un capro espiatorio, perché se qualcosa non va è sempre colpa di qualcun altro, e non si prendono mai una responsabilità. Eppure questa retorica dei nemici finisce con il metterli gli uni contro gli altri, dai lati opposti dei muri che vogliono costruire ai confini. Sta a noi far emergere queste contraddizioni, che con Trump sono diventate evidenti.
La subalternità ideologica della destra italiana a Trump fa compiere al governo scelte che danneggiano anche gli interessi nazionali. Lo vediamo sui dazi, sul gas, sulla difesa, sull’aver accettato l’obiettivo sbagliato e dannoso di alzare la spesa al 5% del Piu quando avrebbe dovuto fare come la Spagna.
Queste destre nazionaliste non risolvono i problemi delle persone, ma stanno portando guerra, recessione, inflazione e caos, anche nelle strade delle città, come a Minneapolis con le squadracce dell’ICE che sparavano contro cittadini americani.
E allora noi dobbiamo offrire ciò che le persone chiedono: tranquillità. Protezione. La tranquillità di avere un lavoro dignitoso, che non ti dia un salario da fame; la tranquillità che, se ti ammali, ti puoi curare nella sanità pubblica; la tranquillità che, se tuo figlio va a scuola, non ti dovrai indebitare; la tranquillità di respirare un’aria che non ti faccia ammalare, e di poterti permettere una famiglia, se te la vuoi fare.
Possiamo battere queste destre, ma non le batteremo rincorrendole sul loro terreno, o copiandone il linguaggio. Le batteremo avendo il coraggio di essere alternativi, di offrire una visione altra e alta. Sfidandole sul terreno più scomodo, che è quello della giustizia sociale. Perché l’avanzata nera in Germania insegna che, quando si rincorre l’estrema destra sul suo terreno, poi vince lei. Noi faremo da argine.
Per questo dobbiamo unire le forze oltre ogni confine, con le altre forze progressiste e democratiche di tutto il mondo. Per questo lavoriamo ogni giorno con i colleghi del PSE; sono stata a Barcellona con Sánchez e Lula, e poi con Carney in Canada, insieme a centinaia di forze progressiste mondiali. Perché insieme dobbiamo ricostruire un ordine mondiale basato sul diritto internazionale e il multilateralismo, sulla solidarietà e la pace.
E, per fare questo, serve un’Europa più unita. Un’Europa federale.
Serve il coraggio di un salto in avanti dell’unità europea. L’ha detto, con parole come al solito profonde e urgenti, il nostro presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che vogliamo ringraziare ancora una volta per la lungimiranza e la saggezza della sua guida.
Serve superare l’unanimità e i veti nazionali, che la tengono a freno. Se oggi non ci sono le condizioni per cambiare i Trattati, non ci sono nemmeno scuse: si proceda con le cooperazioni rafforzate, con chi ci sta.
E poi serve proseguire con gli investimenti comuni europei, come quel Next Generation EU che non è piovuto dal cielo, ma dall’impegno della nostra famiglia socialdemocratica europea, dei nostri commissari ed eurodeputati, e di un grande presidente del Parlamento europeo che voglio ricordare: David Sassoli.
Oggi serve un Next Generation EU da 800 miliardi all’anno di investimenti pubblici e privati, per puntare all’autonomia strategica europea, che costituiscano la base di un grande piano industriale europeo, capace di accompagnare le imprese nella doppia transizione ecologica e digitale. 800 miliardi all’anno per un piano industriale, sociale, ambientale, dell’innovazione e della difesa comune. Una vera difesa comune europea significa economia di scala, ottimizzare le risorse; significa collaborazione, ricerca e sviluppo comuni, interoperabilità fra i sistemi. Che è il contrario di una pericolosa corsa al riarmo nazionale di 27 eserciti ancora scoordinati tra loro, che significa peraltro comprare più armi da Trump. L’Unione fa la forza. Pensate all’intelligenza artificiale.
L’intelligenza artificiale
Oggi Amodei di Anthropic, Altman di OpenAI e Musk lanciano l’allarme sulla corsa sfrenata che stanno facendo loro stessi. Coxman si è dimesso denunciando i rischi etici di una tecnologia che si automigliora e potrebbe sfuggire al controllo umano. Io penso alle parole straordinarie di Papa Leone nell’enciclica Magnifica Humanitas: dobbiamo disarmare l’IA, il che non significa rinunciare a questa tecnologia, ma impedirle di dominare l’umano e di concentrare eccessivamente la ricchezza, il potere e la conoscenza in sempre meno mani.
Perché è questo che deve fare la sinistra: mettere in campo una visione che sa di futuro, che sa che le nuove generazioni non sono il futuro ma sono già il presente; una visione che redistribuisca ricchezza, potere, conoscenza e tempo, per una società più giusta, basata sull’articolo 3 della nostra Costituzione, l’eguaglianza.
Non siamo costretti a scegliere tra modelli che non ci somigliano: quello americano, di poche società private che pensano solo al profitto, o quello cinese, che non dà garanzie democratiche. Anche per questo sosteniamo con convinzione la proposta di un grande scienziato, il premio Nobel Giorgio Parisi, che insieme a tanti studiosi chiede un grande CERN europeo per l’intelligenza artificiale: per mettere in comune saperi, ricerca e investimenti dei 27 Paesi, e per redistribuire a tutta la società i benefici di tecnologie che possono migliorare la vita e il lavoro, a patto che quei benefici vengano redistribuiti. Difendendo il modello sociale europeo.
La sfida e la responsabilità che abbiamo davanti
Chiamarsi Partito Democratico, nel tempo in cui il modello democratico è sotto attacco, rappresenta insieme una responsabilità e una promessa di impegno.
Essere nati e cresciuti dentro una democrazia che dura da generazioni può indurci a darla per scontata, a considerarla un bene acquisito una volta per tutte.
E invece è un equilibrio tanto prezioso quanto fragile, che chiede di essere difeso — anzi, riconquistato — ogni giorno da capo. Basta allargare lo sguardo per accorgersi di quante zone del mondo siano segnate da autocrazie, dispotismo e oppressione.
Eppure non sono soltanto le dittature — quelle che mostrano il proprio volto senza infingimenti — a rappresentare una minaccia. Ne esiste una più sottile, più ambigua, più insidiosa: la minaccia delle cosiddette «democrazie illiberali». Sistemi che pretendono di conservare le forme esteriori della democrazia — il parlamento, la giustizia, la stampa, le istituzioni — svuotandole però dall’interno, riducendole a gusci vuoti, erodendone l’autonomia e quella funzione di contrappeso che ne è il cuore.
Penso che, per affinare il programma comune, dovremo cedere spazio all’eccedenza che si muove nella società, fuori dai partiti. La stiamo incontrando nel bellissimo viaggio attraverso il Terzo settore che abbiamo portato in ogni regione. La stiamo incontrando attraversando le aree interne di questo Paese. E in quella straordinaria mobilitazione dal basso che abbiamo visto anche a difesa della Costituzione, con i giovani davanti. Ci sono almeno 5 milioni di persone che hanno votato no ma non hanno votato noi: dobbiamo avere l’umiltà di raggiungerle, ascoltarle, coinvolgerle.
Dobbiamo aprirci all’energia che abbiamo visto nelle piazze. Mi rivolgo a voi: venite. Venite a darci una mano. Potete fare la differenza. Incalzateci, migliorateci, cambiate tutto insieme a noi. Abbiamo un’occasione storica.
Qui in Italia la destra nazionalista al governo è arrivata prima. E per primi possiamo sconfiggerla. Toccherà a noi.
E ci riusciremo unendo tante energie, competenze e fermenti nel Paese; ci riusciremo con la nostra alleanza progressista.
Noi siamo pronti a fare la nostra parte. Il Partito Democratico avverte la responsabilità che deriva dall’essere il primo partito di opposizione, ma senza alcuna presunzione di autosufficienza. Sappiamo bene che una sfida così non si affronta da soli, quindi ci rivolgiamo alle migliori energie e intelligenze del Paese, a quelle che non accettano un’Italia piccola, vendicativa e chiusa come quella che sta costruendo la destra. Ci rivolgiamo a chi è, come noi, preoccupato di costruire un futuro migliore, di vedere il Paese alla guida delle grandi trasformazioni per redistribuirne i benefici a tutta la società. Ci rivolgiamo a chi, in questi anni, è stato distante dalla politica, ha portato altrove il proprio contributo e la propria competenza. Abbiamo bisogno di voi, per costruire una prospettiva nuova. Incontriamoci, ascoltiamoci, portiamo in giro per l’Italia i grandi temi su cui costruire l’alternativa che meritiamo, e trasformiamola in una proposta di governo da offrire alle italiane e agli italiani, insieme.
Diamo noi l’ascolto che non dà questo governo.
C’è bisogno di alzare lo sguardo, di interpretare i segni, di riprendere — come diceva Enrico Berlinguer — a coltivare pensieri lunghi.
Perché l’attuale situazione non è una condanna del fato, ma l’effetto di precise scelte.
E allora si possono fare scelte diverse, in grado di combattere le disuguaglianze, di difendere i diritti, di promuovere il lavoro dignitoso, di ridurre i divari e le emissioni, di migliorare la vita delle persone e di aiutare il pianeta.
È una grande sfida, una tensione, che tiene insieme lotta e proposta.
Siamo testardamente unitari per costruire qualcosa di più largo di noi, per generare il nuovo. L’Italia ha bisogno di un’alternativa credibile. E, per essere credibile, si deve partire dal programma. Dai temi concreti.
Facciamo muro con le altre opposizioni per far saltare questa pessima legge elettorale. E allora lo ribadisco, prima di tutto partiamo dal programma. Sul resto decideremo con gli alleati, o faremo l’accordo che guida il partito con più consenso, oppure faremo le primarie. Decideremo insieme. E se saranno primarie, vinceremo quelle primarie.
Ma adesso, per favore, smettiamola di parlare di noi, e parliamo di qualcosa che interessa di più agli italiani: che cosa vogliamo fare per loro. Prima il programma comune!
Con una promessa solenne: non faremo mai più alla destra il favore di dividerci. Nessuno, in un momento come questo, può non sentire addosso la responsabilità di mandare a casa queste destre e di rilanciare l’Italia.
Guardate che meraviglia. Siamo tantissime e tantissimi oggi, qui, venuti da tutta Italia. Questo è puro orgoglio democratico. Un partito plurale, non personale: teniamocelo stretto. Diffido dai partiti in cui non vola mai una mosca, perché vuol dire che decide solo uno. Noi discutiamo, ci confrontiamo: è normale. Il pluralismo è un valore che difendiamo; se abbiamo ottenuto risultati in questi anni, l’abbiamo fatto insieme, maggioranza e minoranza. Poi, certo, non dobbiamo sembrare un caos: discutiamo, ci confrontiamo ma poi facciamo sintesi, perché la linea c’è ed è una. Non due, non tre, non nessuna. Lo dobbiamo alla chiarezza che ci chiedono i nostri militanti.
La strada fatta fin qui
Se guardo, anche solo per un attimo, la strada fatta, l’emozione è grande: è stato un grande privilegio camminare insieme a questa comunità.
Abbiamo lavorato senza sosta, tutti quanti, per un nuovo inizio. Dopo la sconfitta del 2022 ci davano per morti, scommettevano che non avremmo retto, che ci sarebbe stata una scissione.
E invece abbiamo rilanciato il partito. Siamo cresciuti in ogni tornata elettorale, sia dove abbiamo vinto sia dove abbiamo perso; abbiamo tenuto alto il tesseramento, investito sul radicamento, riaperto e riacquistato sedi storiche, come quella di Ponte Milvio dov’era iscritto Berlinguer. Abbiamo mandato in tre anni ai territori il triplo delle risorse che avevano avuto negli anni precedenti. Abbiamo riportato il partito dove la sua gente se lo aspetta: nelle piazze e nei mercati, davanti alle fabbriche e ai luoghi di cura. Abbiamo ricucito legami spezzati, ricostruito la connessione sentimentale con mondi che si erano allontanati delusi.
Abbiamo anche risanato il bilancio: il migliore degli ultimi quindici anni. E lo abbiamo fatto insieme, grazie ai patti con le federazioni e al record storico del 2×1000, su cui siamo cresciuti ogni anno. L’abbiamo fatto restituendo dignità ai nostri dipendenti, usciti dalla cassa integrazione dopo 8 anni di sacrifici. E per loro abbiamo applicato ciò che proponiamo per il Paese: la riduzione d’orario a parità di stipendio, il congedo paritario pienamente retribuito. Perché un partito serio deve dire quello che fa, ma anche fare quello che dice.
Abbiamo rimesso in pista la Conferenza delle democratiche e i Giovani Democratici, riaperto circoli nei luoghi di lavoro, avviato forum tematici che discutono in tutto il Paese.
Siamo il primo partito nella maggior parte delle regioni; in questi anni duri siamo cresciuti più di ogni partito della socialdemocrazia europea. Avevano scommesso che ci saremmo scissi, e invece siamo più uniti che mai. Avevano scommesso che non sarei durata sei mesi, e invece, per la prima volta, una segretaria porta il suo mandato fino alla fine e faccio il mio quarto discorso di chiusura alla Festa dell’Unità. Avevano scommesso che i litigi e le divisioni ci avrebbero impedito di costruire l’alternativa, e invece oggi il Pd è più unito di quanto lo sia mai stato — e per questo ringrazio tutto il gruppo dirigente, a cominciare dal nostro presidente Stefano Bonaccini. Avevano scommesso che non saremmo stati in grado di battere Meloni, e invece abbiamo rivinto nelle regioni che governavamo, e le uniche due che hanno cambiato colore oggi le governiamo noi, Umbria e Sardegna. Avevano scommesso che non avremmo fatto nemmeno la campagna per il referendum, che davano per perso, e invece, grazie a voi, alla mobilitazione della società civile e dei giovani, l’abbiamo vinto con 15 milioni di voti.
Ci dispiace molto avervi fatto perdere tutte le scommesse, ma — spoiler — continueremo a farlo.
E guardate che non è un caso: se ogni starnuto qui dentro viene raccontato come un dramma lacerante, se fanno sembrare strani noi perché discutiamo anziché prendere ordini da un capo, non è un caso se ogni volta ce la “tirano” e poi devono correggere, perché li sorprendiamo. È perché c’è chi, in questo Paese, tifa pareggio, tifa governi tecnici, tifa larghe intese. E allora prendiamo un impegno chiaro: non con il nostro nome, non con il nostro voto, non con questo Partito Democratico. Ho iniziato a far politica contro le larghe intese, e porteremo la sinistra al governo soltanto vincendo le elezioni con la nostra alleanza, per fare esattamente ciò che abbiamo promesso. Mai più accordi alle spalle della gente che ha riportato in alto questo partito.
E non vi preoccupate delle spinte che dicono che non c’è l’alleanza, quando già governa insieme; che è troppo divisa, quando le cose in comune sono molte di più; che siamo in ritardo, quando Meloni ancora non si degna di dirci quando andremo al voto. È normale che accada, perché sappiamo che c’è chi non vuole un’alleanza progressista al governo di questo Paese. Che non vuole una persona di sinistra a Palazzo Chigi. Non è una sorpresa: è la storia d’Italia. Io posso solo offrire delle aggravanti personali: in quanto donna, in quanto quarantenne, in quanto donna libera e non troppo conforme a certi standard. Ma parliamoci chiaro: se questo valesse nella pancia del Paese, io non sarei qui, da tre anni, come segretaria del Partito Democratico, e insieme non l’avremmo riportato a crescere in ogni tornata elettorale. Sta a vedere che questa non sia la sfida del riscatto di tutte quelle e tutti quelli a cui hanno sempre detto che non ce la potevano fare, che non erano abbastanza, che erano troppo o troppo poco, che facevano meglio a dedicarsi ad altro. È un qualcosa che ci siamo sentiti ripetere tante volte, soprattutto noi donne. Vorrei citarne una in particolare: «A me è stato detto di tutto, che ero troppo donna per fare politica. Non è che gli uomini vadano fortissimo, eh. Troppo giovane per fare sul serio. Improvvisamente troppo anziana per essere presa sul serio. Troppo radicale, perché difendo i diritti. E allora siate troppo. Continuate voi ad avere troppi sogni, troppe esigenze, troppe curiosità.»
Sono le parole di Emma Bonino, con un pensiero commosso per quello che ci ha insegnato e un abbraccio alla sua comunità politica, a chi le ha voluto bene, a chi ha fatto un pezzo di strada con lei.
Un amico come l’ex sindaco di New York, Bill de Blasio, una volta mi ha detto: «Lavorano per toglierci la gioia». Ecco: Non ce l’hanno tolta la gioia, e non glielo consentiremo. E non abbiamo paura, perché abbiamo attraversato il deserto e siamo ancora qui; anzi, siamo più di prima, e siamo pronti.
Dopo vent’anni abbiamo un’enorme responsabilità e un’occasione storica. Possiamo portare l’alleanza progressista a vincere le prossime elezioni e a fare esattamente ciò che si impegna a fare. Non accade da vent’anni: facciamolo accadere insieme.
E se lo faremo insieme, con questo spirito, io ci sono, onorata e orgogliosa di guidarvi in questa grande sfida: andiamo a battere le destre e a riaccendere il sogno di un’Italia più giusta.
Evviva il Partito Democratico. Evviva la Costituzione.
Evviva l’Italia antifascista!
