Costruiamo un’alternativa plurale, aperta ed inclusiva che si basi sui principi e valori della nostra Costituzione
Il grande risultato del referendum oltre ad aver evitato lo stravolgimento all’interno dei poteri dello Stato che avrebbe messo a rischio la tenuta democratica del nostro Paese ci consegna anche una serie di riflessioni che il campo del centrosinistra deve assolutamente fare se vuol davvero creare e consolidare quell’alternativa credibile alla destra e batterla nelle urne alle prossime elezioni politiche.
Il primo aspetto che credo vada analizzato è quello dell’affluenza al voto che ha meravigliato analisti, sondaggisti e politici. Una partecipazione così alta, soprattutto ad un referendum, non si vedeva da molto tempo.
Credo che i motivi che hanno spinto in alto la percentuale dei votanti siano diversi e mi soffermo solo su alcuni.
La posta in gioco – I cittadini hanno capito perfettamente qual erala posta in gioco. Hanno capito perfettamente che si stava rischiano la tenuta democratica del nostro Paese ed hanno detto No ad un Governo che voleva mettere in discussione l’autonomia della magistratura e voleva di fatto Pieni Poteri.
Costituzione come elemento di garanzia per tutti – La nostra Costituzione è riconosciuta ancora oggi come la carta fondamentale su cui sono poggiate le fondamenta del nostro Paesee modificarla in senso sbagliato avrebbe reso tutti più fragilisoprattutto i cittadini più in difficoltà
Effetto domino – La ‘Riforma’ della Giustizia era evidente ormai a tutti (bastava ascoltare le dichiarazioni del Ministro Nordio, della capo gabinetto Bartolozzi solo per citarne due) che sarebbe stata il primo passo di Non ritorno. Una volta incassato il Sì a questa riforma la destra avrebbe proceduto speditamente ad approvare in Parlamento il Premierato, rendendo di fatto il Presidente della Repubblica solo una figura di rappresentanza e come ultimo atto avrebbe modificato la legge elettorale così come si sente ormai da tempo. Questo avrebbe reso la Stato meno forte ed avrebbe di fatto messo tutto in capo al Presidente del Consiglio che sarebbe diventata figura centrale senza contrappesi.
Questi sono soltanto tre motivi per i quali gli elettori si sono sentiti chiamati fortemente in causa ed hanno risposto con grande forza.
L’altro aspetto importante su cui voglio soffermarmi è l’impegno e la partecipazione dei giovani under 30 a questa tornata referendaria.
Partecipare per contare davvero – Il dato ha stupito molti ma questo evidenzia quanto davvero la società non riesca a capire invece che tantissimi ragazzi e ragazze giovani si interessano di politica, si interessano delle questioni che succedono nel mondo ma hanno bisogno di essere coinvolti in prima persona ed hanno bisogno di sentir parlare di sé e delle cose che oggi affliggono questa generazione. e vogliono sapere cosa vogliono fare le forze politiche per migliorare la loro condizione di vita. In questa tornata referendaria hanno capito perfettamente che quello che proponeva il Governo non avrebbe migliorato assolutamente la loro vita e le loro condizioni ma avrebbe invece acuito le disuguaglianze e questo diventava inaccettabile.
L’ultimo aspetto che voglio toccare è quello dell’unità nel campo del centrosinistra.
UNITI SI VINCE. Sembra scontato dirlo ma quando il campo del centrosinistra si presenta unito agli appuntamenti elettorali spesso vince. Questo è avvenuto nelle elezioni amministrative che si sono succedute in questi ultimi mesi ed anche in questo appuntamento referendario.
Il segnale che ci danno gli elettori è sempre più chiaro.
Adesso è il momento di spingere forte sull’acceleratore per dare forza al progetto di Governo del campo largo di centrosinistra.
Io credo che nei prossimi giorni, nelle prossime settimane i Partiti che compongono l’area di centrosinistra debbano iniziare a parlare del programma da presentare agli elettori.
Serve farlo adesso perché i programmi non sono cose fredde, hanno bisogno di rappresentare la società, far partecipare le persone anche esterne ai partiti tradizionali e per far questo serve tempo.
Serve il coraggio di pensare ad un programma di Governo ambizioso, che rompa i vecchi schemi e parli delle soluzioni per risolvere i troppi problemi annosi che affliggono il nostro Paese.
Servono soluzioni concrete perché i cittadini ci chiedono di migliorare la loro condizione di vita. Adesso.
La destra, in questi 4 anni, ha fallito miseramente, non ha rispettato gli impegni presi con gli elettori ed ha perso ogni credibilità inseguendo Trump e la sua sciagurata politica di guerra ed allora mettiamoci in cammino e cerchiamo di dare NOI all’Italia il governo che merita.
Questo ragionamento non vale solo a livello nazionale ma sono convinto che abbia un grandissimo valore anche nelle realtà locali e Campi Bisenzio non fa storia a sé.
Anche noi dobbiamo avere il coraggio di andare oltre cercando di creare le condizioni per una coalizione di centro sinistra ampia, plurale ed aperta che si richiami ai valori e principi costituzionali e che possa guardare al futuro progettando una città al passo con i tempi.
Il Partito Democratico non starà a vedere ma anzi si attiverà da subito per convocare, anche nel nostro Comune, il tavolo del campo largo per iniziare a discutere del futuro di tutti noi.
IL MOMENTO È ORA!!!
Alessandro Carmignani
Segretario Comunale PD Campi Bisenzio


E ora
Avanti tutta!
Forza e coraggio!
Insieme c’è la faremo!👍💪💪💪
Ritrovare momenti comuni, un confronto leale e aperto porta sicuramente ad una unità di intenti, la sinistra unità vince
Sì adesso dopo il voto dobbiamo intensificare i rapporti tra le forze politiche e i cittadini per arrivare preparati alle elezioni del prossimo anno
Oltre le categorie della politica del ‘900.
Basta Federatori. Basta Papi Stranieri. È il momento di una politica che nasce dal basso, che costruisce legittimità dentro la comunità, non che la riceve dall’alto. La leadership non è un artificio, non è una mediazione tra correnti: è riconoscimento, partecipazione, responsabilità condivisa.
Voglia di:
Salute come diritto universale
Lavoro come dignità e opportunità
Istruzione come emancipazione e libertà
Pace come condizione imprescindibile per ogni sviluppo umano e civile
La politica deve smettere di essere artificio e tornare a essere produzione di senso. La leadership non viene data, emerge da chi partecipa, da chi crede, da chi costruisce insieme un progetto comune.
Manuela Palloni. https://www.facebook.com/reel/2403985563451956/?app=fbl
Le divisioni del passato sono una ferita aperta.
Non un ricordo: una responsabilità ancora viva.
È da lì che la destra ha trovato spazio, fino a rendere FdI il primo partito a Campi.
Non per forza propria soltanto, ma per le nostre fratture.
Ora basta.
L’unità non è una parola gentile: è una necessità dura.
O si costruisce subito, oppure si perde. Di nuovo.
“Campo largo” non può essere uno slogan dell’ultima ora.
Deve essere una scelta concreta, anche scomoda: stare insieme davvero, oppure sparire divisi.
I cittadini non aspettano.
E la destra vive delle nostre divisioni.
Il tempo è adesso.
Non per dirlo.
Per farlo
L’idea che i giovani siano disinteressati alla politica è una semplificazione comoda, ma sempre meno credibile. Piuttosto, ciò che emerge con forza è uno scollamento tra il modo in cui la politica si racconta e il modo in cui le nuove generazioni vivono, comprendono e partecipano alla realtà. Dire che “i giovani non vanno coinvolti per un giovanilismo apparente” significa mettere in discussione una pratica diffusa: quella di cercare il consenso attraverso linguaggi superficiali, slogan vuoti o operazioni di facciata che strizzano l’occhio ai giovani senza affrontare davvero i loro problemi.
I giovani non chiedono di essere blanditi, ma ascoltati. Non basta invitarli ai tavoli o citarli nei discorsi: serve tradurre le loro istanze in politiche concrete. Lavoro dignitoso, accesso alla casa, stabilità economica, possibilità di costruire una famiglia, diritto allo studio, salute mentale: sono questi i nodi centrali su cui si misura la credibilità delle istituzioni. Senza interventi reali, ogni tentativo di “coinvolgimento” rischia di apparire come una mossa tattica, destinata a rafforzare la sfiducia.
Il fatto che molti giovani si definiscano apartitici ma non apolitici è un segnale importante. Non è disinteresse, ma spesso rifiuto di strutture percepite come distanti o incapaci di rappresentarli. Allo stesso tempo, la partecipazione a manifestazioni, mobilitazioni per la pace, iniziative civiche e movimenti dimostra che esiste una forte domanda di impegno e di cambiamento. I giovani scendono in piazza, si organizzano, si informano: sono tutt’altro che passivi.
In questo senso, la partecipazione a tornate referendarie o consultazioni pubbliche può essere letta come un segnale di attenzione rinnovata, ma anche come una richiesta implicita: quella di essere presi sul serio. Non si tratta solo di votare, ma di sentirsi parte di un processo decisionale più ampio, in cui la propria voce ha un peso reale.
Ridurre tutto a una questione generazionale rischia però di essere fuorviante. Il punto non è “dare spazio ai giovani” in quanto tali, ma riconoscere che portano prospettive, competenze e priorità diverse, spesso più aderenti alle trasformazioni in corso. Coinvolgerli significa accettare anche il conflitto, il cambiamento, la messa in discussione di equilibri consolidati.
Se la politica vuole davvero parlare alle nuove generazioni, deve smettere di rappresentarle come un problema da risolvere o un pubblico da conquistare, e iniziare a considerarle come interlocutori a pieno titolo. Non bastano parole nuove: servono scelte nuove. Solo così si può costruire un futuro che non sia percepito come un’ipoteca, ma come una possibilità concreta di democrazia e libertà.
Manuela Palloni