Diritti

Femminicidio: dare un nome alla violenza per non voltarsi dall’altra parte

Il femminicidio non è un semplice omicidio. È l’atto estremo di una violenza che affonda le sue radici nella discriminazione di genere, nel controllo, nel possesso e nella negazione della libertà femminile.

Una donna vittima di femminicidio non viene uccisa per caso. Viene colpita perché è una donna, perché ha scelto di essere autonoma, di dire no, di lasciare una relazione, di vivere la propria vita secondo la propria volontà. Prima dell’omicidio, troppo spesso, subisce anni di violenze psicologiche, fisiche, economiche e sessuali che vengono minimizzate, ignorate o giustificate.

Il femminicidio è un fenomeno strutturale, non un’emergenza occasionale né il risultato di un “raptus”. Nasce da una cultura patriarcale che insegna ad alcuni uomini a considerare le donne come proprietà, come qualcosa da controllare e dominare. Quando questo controllo viene messo in discussione, la violenza può diventare estrema.

Parlare di femminicidio significa riconoscere una realtà precisa: l’uccisione di una donna in quanto donna. Significa dare un nome a una violenza che non è solo individuale, ma sociale e culturale. Significa rifiutare ogni tentativo di minimizzare, negare o nascondere le cause profonde di questo fenomeno.

Finché ci saranno donne uccise per la loro libertà, la lotta per l’uguaglianza, il rispetto e l’autodeterminazione non potrà fermarsi. Chiamare il femminicidio con il suo nome non divide: rende visibile un problema che deve essere affrontato da tutta la società. Finché ci saranno donne uccise per la loro libertà, la lotta per l’uguaglianza, il rispetto e l’autodeterminazione non potrà fermarsi. Chiamare il femminicidio con il suo nome non divide: rende visibile un problema che deve essere affrontato da tutta la societa’

One thought on “Femminicidio: dare un nome alla violenza per non voltarsi dall’altra parte

  1. A chi ci accusa a Destra di fare una gerarchia delle vittime. Nessuno sostiene che l’omicidio di una donna sia più grave dell’omicidio di un bambino, di dun anziano o di una persona con disabilità. Questo è un argomento che sposta il discorso su un piano diverso.

    È vero che fino a poco tempo fa il reato autonomo di “femminicidio” non esisteva nel Codice Penale e che l’omicidio era già punito dall’art. 575 c.p. Tuttavia il termine femminicidio non nasce per stabilire una gerarchia tra le vittime, ma per descrivere un fenomeno specifico: l’uccisione di una donna in quanto donna, spesso al termine di un percorso di violenze, stalking, controllo e sopraffazione da parte di partner o ex partner.

    Proprio perché si tratta di un fenomeno con caratteristiche proprie, il Parlamento ha ritenuto opportuno intervenire con una normativa specifica, approvata con un consenso molto ampio. È quindi singolare che oggi alcuni esponenti della destra minimizzino il problema o polemizzino contro un concetto che ormai è riconosciuto a livello giuridico e sociale.

    La questione non è stabilire se una vita valga più di un’altra. Tutte le vittime meritano lo stesso rispetto. La questione è riconoscere che esistono fenomeni criminali diversi che richiedono strumenti diversi, esattamente come esistono norme specifiche contro il terrorismo, la mafia o i reati d’odio senza che ciò significhi che le altre vittime contino meno.

    Per questo le affermazioni di Vannacci non convincono: si concentrano sull’assenza storica della parola “femminicidio” nel Codice Penale invece di affrontare il problema concreto della violenza sistematica contro le donne. E quando la politica riduce tutto a una polemica ideologica, il rischio è di perdere di vista le vittime reali e le cause del fenomeno

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