La crisi umanitaria esplosa a Ceuta ha riacceso il dibattito sull’immigrazione, ma anche mostrato quanto sia facile trasformare un’emergenza internazionale in uno strumento di propaganda politica. Nel giro di poche ore, esponenti del Governo italiano hanno chiesto la sospensione di Schengen nei confronti della Spagna, una proposta che, alla luce dei fatti e delle norme europee, appare priva di effetti concreti sulla situazione.
Ceuta non è una porta aperta verso l’Italia
Ceuta è un’enclave spagnola in territorio africano. Chi lascia Ceuta per raggiungere la Spagna continentale è già sottoposto a controlli specifici previsti dal Codice Frontiere Schengen. Il territorio gode infatti da decenni di un regime particolare, proprio per la sua collocazione geografica.
Per questo motivo, parlare di “chiusura delle frontiere” con la Spagna non avrebbe inciso sulla gestione dell’emergenza né avrebbe impedito eventuali spostamenti verso il resto d’Europa.
Regolarizzazioni non significano cittadinanza
Un altro elemento del dibattito riguarda il recente decreto del governo spagnolo che ha previsto la regolarizzazione di lavoratori stranieri già presenti nel Paese.
Si tratta di permessi di soggiorno e di lavoro destinati a persone residenti in Spagna da anni e non della concessione della cittadinanza spagnola o europea. Due istituti giuridicamente molto diversi.
Anche i dati disponibili non mostrano alcun collegamento diretto tra questa misura e la crisi di Ceuta.
I numeri raccontano una realtà diversa
Secondo i dati Frontex relativi agli ingressi irregolari registrati tra il 2021 e il 2026, l’Italia continua a rappresentare la principale rotta migratoria verso l’Unione europea:
- Italia: 478.600 ingressi irregolari;
- Balcani occidentali: 340.600;
- Grecia: 259.800;
- Spagna: 234.760;
- Frontiera orientale: 48.000.
Anche nel 2025 gli ingressi irregolari registrati in Italia risultano superiori a quelli della Spagna.
Numeri che invitano a evitare semplificazioni e slogan.
Una crisi che nasce anche dai rapporti con il Marocco
Come già accaduto in passato, numerosi osservatori collegano la pressione migratoria su Ceuta alle relazioni tra Marocco e Spagna.
Le tensioni diplomatiche sul Sahara Occidentale e su altri dossier regionali hanno più volte coinciso con improvvisi allentamenti dei controlli alla frontiera marocchina, trasformando i flussi migratori in uno strumento di pressione politica.
È un fenomeno che interessa l’intera Europa e che richiede una risposta comune, non lo scaricabarile tra Stati membri.
L’Europa ha bisogno di più cooperazione, non di nuovi muri
Le migrazioni rappresentano una sfida strutturale che nessun Paese può affrontare da solo. L’Italia lo sostiene da anni chiedendo maggiore solidarietà europea nella gestione degli sbarchi nel Mediterraneo.
Per questo motivo appare contraddittorio invocare cooperazione quando la pressione riguarda le coste italiane e puntare il dito contro un altro Stato membro quando l’emergenza si sposta altrove.
L’interesse nazionale coincide con un’Unione europea capace di agire insieme, condividendo responsabilità, controlli alle frontiere esterne, politiche di accoglienza e rapporti equilibrati con i Paesi di origine e di transito.
Servono fatti, non propaganda
Le crisi migratorie non si affrontano con annunci destinati ai titoli dei giornali o ai social network. Servono dati verificabili, rispetto delle regole europee e cooperazione tra gli Stati membri.
In un momento in cui le tensioni geopolitiche e i flussi migratori mettono alla prova l’Europa, alimentare divisioni interne rischia di indebolire proprio quella solidarietà di cui anche l’Italia potrebbe avere bisogno domani.
Una politica seria dovrebbe contribuire a costruire un’Europa più unita e più forte, capace di rispondere alle emergenze con responsabilità e non con slogan.

Ceuta non è solo una crisi migratoria. È uno spartiacque politico.
A Ceuta sono morte decine di persone. Ma in Europa si parla molto di più di Pedro Sánchez che di quelle vittime. Ed è questo il punto.
Il leader spagnolo è diventato il bersaglio di una destra che ormai parla la stessa lingua, da quella estrema a quella cosiddetta moderata. Cambiano i simboli, ma il messaggio è sempre lo stesso: più paura, più muri, più nemici da indicare.
Giorgia Meloni ha colto l’occasione per mettersi alla guida di questo fronte. Ha trasformato una vicenda che riguarda soprattutto la Spagna in uno scontro europeo, perché oggi la battaglia politica si gioca sull’immigrazione. Non importa se esiste davvero un’emergenza: basta raccontarla ogni giorno.
La vera novità, però, è un’altra. Non è la crescita della destra estrema. È il fatto che una parte del centro europeo abbia deciso di seguirla sul suo terreno, accettandone linguaggio e priorità.
Così l’eccezione diventa normalità. La paura prende il posto della solidarietà. I diritti diventano un ostacolo. E chi prova a difenderli viene trattato come il problema.
È così che cambiano le democrazie. Non con un colpo di Stato, ma quando le idee più radicali smettono di fare scandalo e diventano senso comune. Ed è questa la partita che oggi si sta giocando intorno a Ceuta