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Scuola, non servono muri: servono integrazione, risorse e più scuola

Il decreto del Governo introduce il tetto del 30% per gli studenti stranieri nelle classi e vieta la partecipazione alle attività scolastiche con il volto coperto. Ma l’integrazione non si costruisce separando i ragazzi o rischiando di allontanare dalla scuola proprio le ragazze che avrebbero più bisogno di frequentarla.

Il Governo Meloni ha approvato un nuovo decreto sulla scuola che introduce, tra le altre misure, un limite del 30% alla presenza di studenti stranieri in determinate classi prime e il divieto di partecipare alle attività scolastiche con il volto coperto, misura rivolta in particolare a burqa e niqab.

Due provvedimenti presentati dal Governo come strumenti di integrazione. Ma è proprio sulla loro capacità di produrre vera integrazione che occorre interrogarsi.

Gli studenti non sono percentuali

Nessuno nega che in alcune scuole un’elevata concentrazione di alunni con difficoltà linguistiche possa rendere più complesso il lavoro educativo. Ma fissare una percentuale non risolve automaticamente il problema.

Come ha sottolineato Irene Manzi, responsabile nazionale scuola del Partito Democratico, bisogna chiedersi che cosa accadrà ai bambini che supereranno quella soglia: spostarli in altre scuole può significare interrompere relazioni, percorsi educativi e legami con il quartiere in cui vivono.

La risposta dovrebbe essere un’altra: più insegnamento dell’italiano, più mediatori culturali, classi meno numerose, organici adeguati e maggiori risorse alle scuole che affrontano le situazioni più complesse. È questa la linea indicata dal PD.

L’obiettivo deve essere evitare concentrazioni problematiche senza trasformare la provenienza degli studenti in un criterio di separazione.

Burqa: guardiamo alla ragazza, non soltanto al velo

Anche sul divieto del volto coperto il punto non è difendere il burqa. Una ragazza costretta dalla famiglia a coprirsi integralmente pone un problema serio di libertà e autodeterminazione.

Ma proprio per questo la domanda dovrebbe essere: che cosa succede a quella ragazza dopo il divieto?

Se una famiglia integralista decidesse di non mandarla più a scuola, avremmo ottenuto l’effetto opposto a quello dichiarato: la ragazza resterebbe a casa, ancora più isolata.

Servono quindi strumenti capaci di individuare le situazioni di coercizione, contrastare l’abbandono scolastico, coinvolgere servizi sociali e mediatori e soprattutto proteggere le ragazze che vogliono emanciparsi.

L’integrazione si costruisce dentro la scuola

La scuola pubblica dovrebbe essere il luogo nel quale ragazzi con storie, culture e condizioni sociali diverse imparano insieme, conoscono la lingua, costruiscono relazioni e diventano cittadini.

Per questo la risposta ai problemi reali dell’integrazione non può limitarsi a percentuali, divieti e sanzioni.

Occorrono investimenti, insegnanti, mediatori, sostegno alle famiglie e attenzione alle situazioni più difficili.

Perché la domanda decisiva non è quanti ragazzi stranieri possiamo mettere in una classe o come impedire a una ragazza con il burqa di entrarvi.

È come fare in modo che tutti possano entrare in quella classe, imparare insieme e tornarci anche il giorno dopo.

Questa è la scuola dell’integrazione nella quale crediamo.

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