I costituzionalisti avvertono: la Corte smonterà dei pezzi
Tre esperti auditi in Commissione Affari Costituzionali e un appello politico convergono sulla stessa denuncia: la nuova legge elettorale, in terza lettura alla Camera, porterebbe l’Italia al primato negativo europeo
Una riforma a rischio bocciatura, secondo chi l’ha esaminata da vicino
La riforma della legge elettorale, approvata al Senato torna alla Camera per la terza e — salvo sorprese — ultima lettura. È cominciata lunedì un’audizione in Commissione Affari Costituzionali che ha visto sfilare costituzionalisti ed esperti di diritto elettorale internazionale. Il giudizio è stato convergente, per noi senza sorprese: il testo presenta, nelle parole del costituzionalista Gaetano Azzariti, un “alto rischio di incostituzionalità”.
Non è un’opinione isolata. Anche Michele Ainis, professore emerito di diritto pubblico alla Università Roma Tre, e Mario Staderini, coordinatore di ricorsi italiani davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, hanno indicato le stesse criticità di fondo, da angolazioni diverse: quella costituzionale interna e quella degli standard internazionali sui diritti politici.
Il nodo centrale: le firme per presentare una lista
Il punto su cui si concentra la parte più tecnica — e politicamente più esplosiva — della riforma riguarda l’innalzamento delle sottoscrizioni richieste alle liste non rappresentate in Parlamento: da 1.500 a 6.000 firme per circoscrizione, per un totale stimato fra le 450mila e le 500mila firme cartacee autenticate su base nazionale, da raccogliere in una finestra di circa 30 giorni.
Ainis parla apertamente di uno sbarramento occulto, che in alcune regioni supererebbe il 10% degli aventi diritto al voto. Staderini offre una misura più tecnica, richiamando il Codice di buona condotta elettorale della Commissione di Venezia del Consiglio d’Europa, secondo cui qualsiasi soglia superiore all’1% dell’elettorato di circoscrizione è presunta eccessiva. Applicando questo parametro al testo in discussione, Staderini documenta che Molise (circa 2,5%) e Basilicata (circa 1,64%) superano abbondantemente la soglia, mentre le grandi circoscrizioni come Lombardia e Lazio si fermano intorno allo 0,4% — un divario che genera, di fatto, una disparità territoriale già segnalata come potenzialmente censurabile dalla Corte costituzionale in una sentenza del 2021.
A questo si aggiunge, secondo Staderini, il problema del cumulo delle barriere (tempi contingentati, soglia elevata, autenticazione cartacea obbligatoria), già ritenuto una restrizione irragionevole dal Comitato Diritti Umani dell’ONU in un caso che lo ha visto personalmente riconosciuto come parte lesa dallo Stato italiano.
Il confronto europeo: un primato scomodo
Durante le audizioni più volte sono stati messi a confronto il sistema elettorale in approvazione con quelli di altri grandi paesi europei:
| Paese | Requisito per liste/partiti non rappresentati |
| Germania | 200 firme per collegio uninominale; 1 per mille degli aventi diritto per la lista di Land, con tetto di 2.000 firme per Land (totale nazionale stimabile in 30-32mila firme) |
| Francia | Nessuna raccolta firme per le legislative: cauzione restituibile al superamento di una soglia minima di voti |
| Svezia / Portogallo | Nessun obbligo di sottoscrizione popolare preventiva |
| Regno Unito | Poche decine di firme per collegio più un modesto deposito cauzionale (totale nazionale nell’ordine delle migliaia) |
| Italia (testo in discussione) | 6.000 firme cartacee per collegio, indipendentemente da estensione e popolazione; 450-500mila firme totali stimate |
Se questi dati venissero confermati nel testo definitivo, l’Italia si porrebbe come il paese con lo sbarramento più alto tra i grandi sistemi elettorali europei per l’accesso di forze politiche non ancora rappresentate in Parlamento — un elemento che, secondo l’appello, rischia di aggravare ulteriormente la disaffezione elettorale in un paese che nel 2022 ha già registrato il tasso di partecipazione più basso dell’Europa occidentale.
L’altro nodo: preferenze e “listone”
Parallelamente alle firme, Ainis e Azzariti convergono su un secondo problema: l’introduzione delle preferenze, pensata per superare i rilievi della sentenza costituzionale n. 1/2014 sul Porcellum, avrebbe un effetto reale limitato — tra il 5 e il 10% della rappresentanza, contro il 37% di seggi oggi assegnati con collegi uninominali maggioritari — perché la possibilità di eleggere candidati oltre i capilista riguarderebbe quasi esclusivamente i partiti maggiori. Azzariti individua nel cosiddetto “listone” (70 deputati e 35 senatori eletti in blocco, senza reale conoscibilità per l’elettore) la criticità costituzionale più seria del testo, insieme alla soppressione della parità di genere nella composizione dei capilista.
L’esenzione per chi è già in Parlamento: un ulteriore terreno di scontro
Un altro punto sollevato riguarda l’esonero dalla raccolta firme per le forze politiche che hanno già costituito un gruppo parlamentare entro il 31 dicembre 2025. Secondo gli auditi la norma produrrebbe un’asimmetria: soggetti entrati in Parlamento con poche decine di migliaia di voti tramite meccanismi di coalizione sarebbero esentati, mentre forze con un consenso elettorale più ampio, ma prive di rappresentanza parlamentare, dovrebbero affrontare la raccolta di centinaia di migliaia di firme. Si tratta di un rilievo politico più che di un’obiezione emersa direttamente nell’audizione tecnica, ma che si innesta sullo stesso principio di uguaglianza richiamato da Azzariti a proposito delle liste sottosoglia.
Cosa succede ora
Il Presidente della Commissione ha ricordato che, in assenza di obiezioni, tutta la documentazione degli auditi sarà pubblicata sul sito della Camera. Il calendario resta serrato: si prevede che il testo arrivi a Montecitorio entro fine settembre, con la possibilità — secondo alcune ricostruzioni — che venga posta la questione di fiducia, limitando lo spazio per un’ulteriore discussione degli emendamenti del Senato.
Azzariti ha chiuso il proprio intervento con un monito diretto al Parlamento: un’eventuale bocciatura futura della Corte Costituzionale non potrebbe cancellare la legge (che deve comunque restare in vigore), ma solo “smontarla” chirurgicamente — con il rischio di un effetto paradossale, un ritorno di fatto a un sistema proporzionale di lista vicino a quello della Prima Repubblica. Un esito che, secondo il costituzionalista, dovrebbe spingere il legislatore a intervenire ora, per scelta consapevole, piuttosto che subire dopo un intervento correttivo della Consulta.
Le richieste al mondo politico e istituzionale
Dopo aver analizzato nello specifico le criticità urge un appello pubblico:
alla Commissione Affari Costituzionali, impegnata nell’esame degli emendamenti, affinché non respinga aprioristicamente le proposte di modifica avanzate dalle opposizioni;
a tutte le forze politiche presenti in Parlamento, di maggioranza e di opposizione, affinché riconsiderino la norma sulle firme indipendentemente dalla convenienza elettorale immediata di ciascuno schieramento;
alle forze dell’opposizione, affinché diano battaglia con fermezza su questo punto specifico e, se necessario, lascino l’aula di Montecitorio qualora il testo giungesse al voto senza modifiche;
al Presidente della Repubblica, quale garante della Costituzione, affinché vigili sul rispetto del principio del pluralismo politico;
alla Corte Costituzionale e agli altri livelli istituzionali competenti, perché sia garantito un controllo effettivo sulla legittimità della norma;
a tutte le forze politiche escluse o a rischio di esclusione, di qualunque orientamento, affinché proseguano nelle sedi opportune la battaglia per affermare le proprie ragioni.
La richiesta di fondo dell’appello è che la raccolta firme venga abolita oppure riportata a una misura proporzionata — guardando, se necessario, proprio ai modelli europei citati — e che vengano introdotte semplificazioni come la firma digitale, già in uso per i referendum, in grado di garantire l’accesso alla competizione elettorale a tutte le forze politiche e non solo a quelle già insediate in Parlamento.
una democrazia che si ritiene solida non dovrebbe temere la competizione politica; a temerla è una classe dirigente preoccupata di perdere consenso, che complica le regole del gioco a poco tempo dalla scadenza di mandato e sceglie di restringerleanziché allargarle e semplificarle per convincere e coinvolgere gli elettori
